Franchino il criminale in tv: la cucina dei lavoratori

DMAX porta in onda i locali dove mangiano operai, camionisti e turnisti: la recensione della prima puntata.

di Redazione Chiavi del Gusto · 3 settembre 2026 · 4 min di lettura

Franchino seduto a un tavolo di zinco in una trattoria di periferia, piatto di pasta al ragù bianco davanti, luce al neon e un camion fuori dalla finestra

Alle undici di mattina il bar di una stazione di servizio sull'A14 ha il rumore giusto: piatti di alluminio, il caffè che bolle nel filtro, una voce che chiede «me lo fai col tuo?», e il camion della ditta di trasporti fermo al parcheggio col motore acceso. È lì che comincia la prima puntata di Franchino er criminale, nuovo programma in onda su DMAX dal 3 settembre 2026, condotto dall'ex pugile e youtuber Luca Catanzaro, in arte Franchino, che si racconta già, tra un morso e l'altro, con la stessa faccia di quando metteva KO qualcuno sul ring.

L'idea è secca, quasi provocatoria: niente chef stellati, niente piatti decorati, niente tavoli imbanditi. Solo i posti dove vanno a mangiare chi lavora, chi ha la pausa corta, chi cerca un piatto vero a prezzo onesto. Trattorie, bar di periferia, rosticcerie, mense di una volta. La promessa è portare in tv la cucina che non si vede mai, quella che sta sotto la linea invisibile dei format gastronomici più patinati.

Il personaggio: faccia da pugile, parola da trivio

Franchino arriva con una presentazione che sembra un gancio sinistro. Seduto su uno sgabello di formica, davanti a un piatto di spaghetti alla carrettiera, spiega: «Io mangio dove mangia la gente vera. Niente nomi, niente trend. Se è buono, è buono. Se è una ciofeca, lo dico». È un format dichiaratamente ruvido, costruito contro la cucina televisiva da masterclass: niente giudici in giacca, niente battute sull'estetica del piatto.

Il suo modo di mangiare è quello che promette: forchetta in mano, tovaglioli di carta, mani unte, bicchiere di vino rosso a metà mattina in un'osteria vicino Pomezia. Niente pose, niente storytelling. Quando gli chiedono della cucina d'autore risponde secco: «Quella me la guardo in tv, io quella la mangio».

I locali della prima puntata

Tre tappe, tre posti diversi. Si parte da una rosticceria di Tor Bella Monaca, gestita da una coppia di fratelli calabresi da ventitré anni. Arancini, crocchette, panzerotti fritti nell'olio bollente. Porzione a 4 euro, pranzo completo a 10. Il proprietario, Carmelo, racconta di quando ancora serviva i minatori della Valle del Sacco: «Facevamo duemila pezzi al giorno, adesso siamo a trecento. Ma la ricetta è sempre la stessa».

Seconda fermata in un bar-trattoria sulla via Tiburtina, dentro un capannone industriale riconvertito. Tavoli di zinco, luci al neon, clientela di operai della logistica Amazon. Si mangia un piatto unico: pasta al ragù bianco, fagioli e salsiccia, pane casareccio. Cinque euro, bicchiere di vino incluso. Franchino si siede con loro, chiede come si chiama il piatto, nessuno sa rispondergli. «Appunto», dice lui.

La terza tappa è la più convincente: una trattoria di Fiumicino, dentro un vecchio distributore Esso degli anni Settanta, oggi gestita da una cuoca di origini tunisine che fa un cous cous di pesce da manuale. Otto euro, porzione abbondante, camerieri che parlano in arabo tra loro. È il momento in cui il programma smette di essere una gag e diventa un piccolo ritratto sociale.

Cosa funziona e cosa stona

La struttura regge. Il ritmo è veloce, niente scene costruite in studio, montaggio secco, telecamera spesso a spalla. Franchino funziona sia come voce fuori campo sia come presenza: non fa lezione, assaggia, commenta, si confronta con chi sta mangiando accanto a lui. C'è un'idea di autenticità cercata con metodo, non con la spocchia di chi scopre la cucina popolare come fosse una moda.

Stona, invece, la ripetizione di un tic: ogni due minuti la parola «criminale» torna fuori come intercalare, fino a sembrare un copione. Stona un po' anche la confezione: la grafica di DMAX usa un lettering da rap game, con scritte neon e animazioni, che stride con le immagini di cucine sporche di grasso e tavoli macchiati di pomodoro. È un piccolo difetto di coerenza che si nota, soprattutto in un programma che fa della coerenza il suo manifesto.

La mappa invisibile dei posti che non si vedono

Il punto interessante, al di là del personaggio, è quello che il programma lascia intendere: esiste un'Italia del cibo che non passa per le guide, non ha social, non fa comunicazione. Sopravvive di clientela fissa, di turni, di ricette tramandate a voce. Franchino ne assaggia sei nella prima puntata, ma la lista potrebbe essere sterminata: si pensi ai bar dei mercati generali di Roma, alle trattorie dentro le stazioni dei treni regionali in Emilia, alle cucine dei circoli ARCI che ancora servono piatti a sette euro la domenica.

Sono posti che raccontano un Paese diverso da quello dei food influencer: meno estetizzato, meno performativo, spesso più buono. Il programma, quando non forza la personalità del conduttore, lascia intravedere questa mappa. È il momento in cui la cucina popolare smette di essere folklore e torna a essere geografia.

Resta una domanda, più che una critica: quanto durerà la formula? Già nella prima puntata si avverte il rischio di replicare lo schema «ristorante nascosto, rivelazione, commento». Per ora la sostanza c'è, il personaggio regge, i piatti sono veri. Il resto lo diranno le prossime settimane.

Spunto di cronaca: Dissapore

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