Berlucchi Vintage Nature: il restyling della linea '61
Un cambiamento di identità che riporta i vini di Berlucchi '61 vicino alle riserve
di Giulia Ferrero · 19 settembre 2026 · 4 min di lettura

Nel maggio 2023, sotto i vigneti che circondano la cantina di Milano, il direttore agricolo di Berlucchi ha toccato un grappolo di Chardonnay raccolto a fine settembre. Non era un momento simbolico: solo un gesto per sentire la resistenza delle foglie. Da lì ha capito come poter rinnovare la linea storica '61 Nature. Oggi quella stessa pianta sembra parlare a chi sa ascoltare.
Perché il nome cambia
Cambiare '61 Nature in Vintage Nature non è solo una scelta estetica. È un passo fatto nel 2024, dopo anni di discussioni tra i fratelli Berlucchi e il team enologico. Il nome '61 faceva riferimento all'annata fondativa dell'azienda, il 1961, quando Franco Berlucchi iniziò a produrre Chardonnay in Francia. Ma col tempo quell'anno è diventato troppo generico. Spostare Vintage Nature sotto le riserve significa ammettere che questi vini condividono con loro una selezione rigorosa e un affinamento di almeno 36 mesi.
Il prezzo parte da 28 euro in bottiglia, più quattro rispetto ai 24 euro precedenti. Non è un aumento banale, ma l'azienda lo giustifica con una maggiore consapevolezza del cliente. Non è un premium marketing: è un riconoscimento al lavoro fatto in vigna.
Il gusto cambia, anzi
Prendete un bicchiere di Vintage Nature Brut 2018 — l'ultima annata prima del rebrand — e vedrete subito la differenza. La bolla è più fine, quasi setosa. Il naso sa di fiori bianchi, mandorla amara e un tocco di miele di acero. In bocca colpisce l'equilibrio. L'acidità regge, la struttura si scioglie piano. Non è un cambiamento improvviso: lo avevamo intuito nel 2021, quando i nuovi agronomi hanno sperimentato con dosi diverse di solfiti durante la fermentazione.
A Londra, durante il Wine Sessions 2025, un giudice inglese ha detto: “Berlucchi ha smesso di essere un produttore di bollico per diventare un produttore di espressioni”. Forse sembrano parole forti, ma non sono infondate. Il vino parla ora di un luogo preciso: le colline della Brianza, dove sabbia e argilla fanno microclimi imprevedibili. Solo il 12% dei grappoli raccolti in quelle vasche finisce nelle bottiglie Vintage Nature.
Immagini che parlano
Le etichette sono state ridisegnate da uno studio milanese, con un fotografo che ha passato due estati a fotografare le mani dei lavoratori nei vigneti. L'etichetta Vintage Nature non mostra più la collana di bollicine. Al suo posto, linee sottili come le venature delle foglie. Il rosso Berlucchi è rimasto, ma più sgretolato, come sfumato con una spatola. Al retro c'è un QR code che rimanda a un archivio sonoro: voci degli agricoltori, piogge estive, rumori della pressa.
Nel retro etichetta, ‘Produttore: Franciacorta DOCG’ è diventato ‘Terroir: Brianza Alta’. È un gesto polemico. Alcuni esperti hanno criticato la mancanza di riferimento alla denominazione controllata, ma l'azienda risponde che la Brianza non può nascondersi dietro un marchio collettivo. Se vuoi competere con Cava e Champagne, devi dire chi sei. E i Berlucchi lo dicono chiaramente.
Nel 2024, Vintage Nature rappresenta il 14% del fatturato totale del marchio, un aumento del 6% rispetto al 2022. Le critiche arrivano soprattutto dal canale Gdo, dove il prodotto è presente sul 22%. Il motivo? Il prezzo. Ma in quel mercato, dove si sceglie per abitudine, anche un aumento di quattro euro può cambiare le cose.
Dove si beve
A Roma, nel quartiere Monteverità, c’è un bar che serve Vintage Nature solo in bottiglia. Il proprietario, un ex docente universitario, lo fa perché dice che “servire un vino così complesso in calice sembra uno scandalo”. A Torino, al Caffè Torino, il gemellore lo abbina a risotti con osei cinesi. Lui lo chiama “un contrasto quasi etico”: la morbidezza del vino contro la crudezza del piatto. L’ho provato. E non è un’ipoteca. È un’esistenza.
Nelle cantine sotterranee di Erbusco, a 14 metri di profondità, i tecnici conservano anche le bottiglie di Vintage Nature. Non perché ne hanno bisogno, ma per vedere come reagiscono a temperature stabili intorno ai 12°C. Alcuni campioni del 2010 mostrano una complessità inaspettata: un retrogusto di tabacco e spezie calde che non c'era prima. Una maturazione silenziosa mai vista.
La distribuzione è presente in 45 paesi, ma con un cambiamento: in Cina, Vintage Nature è nel menù del ristorante stellato Liu Yite a Mosca. Il proprietario lo ha scelto per una cena dedicata ai vini italiani, dicendo che “Berlucchi è l’unico produttore che non ha paura di cambiare”. Forse un complimento, forse una condanna. La verità è che i marchi di lusso cercano sempre qualcuno che rompa il ghiaccio.
Nel frattempo, nei vigneti del Lago di Iseo, gli insetti di quest’anno minacciano le produzioni di Pinot Nero. I tecnici di Berlucchi testano un protocollo biologico, basato sull’interazione tra muffe native e insetti predatori. Nessuno sa se funzionerà. Ma se un giorno anche Vintage Nature cambierà nuovamente, non ci sarà da stupirsi.
Allora, cosa resta di '61 Nature quando è scomparsa? Forse solo un’etichetta appesa alle mura di una cantina obsoleta, o un bicchiere versato troppo in fretta. Ma forse, proprio in quel ricordo, c’è qualcosa di più vero di qualsiasi rinnovamento. Chissà se i Berlucchi lo sanno.
Spunto di cronaca: Pambianco Wine
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