BolognaFiere compra quote Gambero Rosso
La fiera bolognese entra nel capitale della guida attraverso una holding creata da Class Editori per 5,7 milioni di euro.
di Marco De Luca · 17 settembre 2026 · 5 min di lettura

Cinque milioni e settecentomila euro. È la cifra che BolognaFiere ha messo sul tavolo per sedersi al tavolo di Gambero Rosso. Non una voce di corridoio, ma l'esito di un'operazione chiusa in queste ore: l'azionista di controllo Class Editori, guidato da Paolo Panerai, ha conferito il 51% della testata in una nuova scatola, Gambero Rosso Holding, aprendo la porta alla società che gestisce il quartiere fieristico di via Stalingrado. Il resto del capitale resta immobile: il 39% flottante sul mercato, il 10% ancora in mano a Class Editori. Una geometria societaria che sa di blindatura.
Chi frequenta i corridoi del vino italiano da tempo riconosce il segnale. Le guide non sono più solo carta stampata o pdf scaricabili: sono asset strategici. Gambero Rosso, nato nel 1986 dall'intuizione di Stefano Bonilli e cresciuto sotto l'ala di Luigi Salerno prima e di Paolo Cuccia poi, ha costruito il suo capitale su un simbolo: i Tre Bicchieri. Quel bollino sposta fatturati, decide export, fa e disfa reputazioni. Averne il controllo, anche indiretto, significa poter influenzare la narrazione del prodotto che poi finisce negli stand delle fiere.
La fiera che non c'era
BolognaFiere non è Veronafiere. Non ha Vinitaly, la manifestazione che da cinquant'anni detta legge sul calendario enologico mondiale. Ha SANA, ha Cosmoprof, ha un portafoglio di eventi B2B che spaziano dall'agroalimentare al biologico, ma nel vino pura mancava un appuntamento di riferimento globale. L'acquisto della quota in Holding — non direttamente in Gambero Rosso, si badi — è una mossa laterale. Si compra l'autorevolezza per costruire l'evento. O per pesare su quelli altrui.
Il comunicato parla di «sinergie industriali». Parola magica, spesso vuota. Qui potrebbe significare molto di concreto: dati sui buyer internazionali incrociati con le schede delle cantine premiate, tour promozionali all'estero organizzati con la rete fieristica bolognese (che ha uffici a Shanghai, New York, Dubai), accademie di formazione che sfornano sommelier e operatori pronti per le manifestazioni. Numeri: BolognaFiere ha chiuso il 2023 con 187 milioni di ricavi. Gambero Rosso, nell'ultimo bilancio consolidato, viaggiava intorno ai 18 milioni. Le proporzioni sono chiare.
Il nodo dell'indipendenza
La domanda che circola tra i produttori, davanti a un calice di Sangiovese o a un bicchiere di Metodo Classico, è una sola: la guida resta libera? La struttura della Holding, con Class Editori che mantiene il timone operativo e BolognaFiere socio finanziario di minoranza relativa nella scatola che controlla la maggioranza della testata, è disegnata per rassicurare. Ma la percezione conta quanto la realtà. Se una cantina espone a una fiera targata BolognaFiere, il suo vino sarà giudicato con lo stesso rigore da una giuria che sa chi paga le bollette della Holding? Non c'è risposta oggi. C'è solo un precedente: quando Veronafiere rilevò la maggioranza di Vinitaly International Academy, le voci sui conflitti d'interesse circolarono per mesi.
Paolo Cuccia, amministratore delegato di Gambero Rosso, ha ripetuto in più occasioni che la linea editoriale non si tocca. «La credibilità è l'unico asset che abbiamo», dice spesso. Vero. Ma la credibilità si misura anche sulle non scelte: i vini non premiati, le regioni ignorate, le cantine escluse dai tour. BolognaFiere ha tutto l'interesse a che il sistema regga. Un'erosione della fiducia distruggerebbe il valore dell'investimento. È una garanzia economica, non etica. Funziona finché i conti tornano.
Mercato e valutazioni
La Borsa ha reagito con freddezza. Il titolo Gambero Rosso, scambiato su Euronext Growth Milan, non ha registrato scossoni significativi il giorno dell'annuncio. Volumi bassi, spread ampio. Il mercato non crede alle favole delle sinergie immediate. Valuta l'asset per quello che è oggi: una media company di nicchia con margini risicati, debiti in riduzione, e un brand che vale più del fatturato. I 5,7 milioni versati da BolognaFiere valorizzano l'intera Holding — e quindi implicitamente il 100% di Gambero Rosso — intorno ai 20-22 milioni. Un multiplo modesto, se si pensa al potere di quel marchio rosso sugli scaffali della grande distribuzione e nelle wine list dei ristoranti stellati.
C'è un dettaglio che i comunicati non dicono. La governance della Holding prevede patti parasociali che blindano le nomine dei vertici editoriali. Class Editori nomina l'amministratore delegato. BolognaFiere ha diritto di veto su operazioni straordinarie sopra una certa soglia. È la classica architettura da «controllo congiunto mascherato». Funziona finché i soci hanno obiettivi allineati. Se domani BolognaFiere volesse lanciare una guida concorrente legata a una nuova fiera del vino, o se Class Editori decidesse di vendere la sua quota residua a un fondo estero, la struttura reggerebbe lo strappo?
Lo scenario internazionale
Guardiamo fuori confine. Michelin è di proprietà di un gruppo industriale francese che fa pneumatici e mappe, ma la guida stelle è gelosamente custodita da una struttura autonoma a Parigi. La lista dei 50 Best Restaurants è di William Reed, gruppo media britannico che organizza anche fiere. Il modello «media + eventi» è lo standard globale. BolognaFiere sta solo allineando l'Italia a uno standard che altrove è consolidato da decenni. La differenza è che in Italia il vino è ancora molto legato al territorio, alla piccola dimensione, al rapporto personale. L'industrializzazione della critica spaventa chi produce 5.000 bottiglie l'anno e vede nel Tre Bicchieri l'unico passaporto per l'export.
Noi in redazione abbiamo assaggiato vini che hanno guadagnato il riconoscimento dopo anni di silenzi, e vini che lo hanno perso senza una ragione apparente, se non l'annata o la stanchezza della giuria. L'ingresso di un player fieristico cambia la prospettiva: la guida diventa vetrina per l'evento, l'evento diventa palcoscenico per la guida. Un circolo virtuoso, dicono i manuali di marketing. Un rischio di omologazione, sussurrano i vignaioli. La verità sta nel mezzo, come spesso accade. Ma il mezzo si è appena ristretto.
La prossima presentazione della guida Vini d'Italia sarà il banco di prova vero. Non per i voti — quelli li decidono gli assaggiatori alla cieca, in stanze chiuse, lontano dagli uffici di via Stalingrado — ma per la lista dei partner, per la location dell'evento, per i loghi sulle cartelle stampa. Se comparirà il logo BolognaFiere accanto a quello storico del Gambero, sapremo che la sinergia è partita. Se non comparirà, vorrà dire che la prudenza prevale. In entrambi i casi, il vino nel bicchiere non cambierà sapore. Cambierà, forse, chi decide di raccontarcelo.
Spunto di cronaca: Pambianco Wine
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