Comunità energetiche, il turismo cambia pelle

I borghi producono l'energia che i viaggiatori consumano: una mappa nuova per il destination manager.

di Giulia Ferrero · 24 settembre 2026 · 5 min di lettura

Rifugio alpino con pannelli fotovoltaici integrati nel tetto in pietra e colonnina di ricarica, ospiti a cena in terrazza al tramonto

A Roncofreddo, nell'entroterra cesenate, il contatore dell'agriturismo La Torre segna zero prelievi dalla rete da tre mesi. I pannelli sul fienile restaurato alimentano la cucina, le camere, la piscina e pure la colonnina per le auto elettriche degli ospiti. L'eccedenza finisce in batteria o torna in rete, remunerata. Non è un esperimento: è la prima Comunità Energetica Rinnovabile (CER) turistica certificata in Emilia-Romagna, partita a febbraio 2024 sotto la spinta del GAL L'Altra Romagna. Claudio Dell'Accio, su Quality Travel, ha messo nero su bianco ciò che i destination manager faticano a vedere: la transizione non è solo green marketing, è bilancio.

La bolletta come leva competitiva

Un albergo di medie dimensioni in Appennino spende tra i 25 e i 40 mila euro l'anno di energia. Se entra in una CER ben dimensionata, il risparmio netto si aggira sul 30-35 per cento, tasse incluse. I numeri li ha snocciolati l'Energy Cluster FVG durante l'ultimo TTG di Rimini: 12 strutture ricettive associate a Gemona del Friuli hanno tagliato 180 mila euro complessivi nel 2023. Soldi che restano in cassa per assumere un sous-chef in più, rifare i materassi, comprare il vino dal vignaiolo a valle. Il destination manager che ignora questo meccanismo lascia sul tavolo una leva di pricing reale, non di storytelling.

Attenzione: non basta installare moduli sul tetto. La normativa (decreto CER 414/2023, operativo da gennaio 2024) premia l'autoconsumo istantaneo condiviso. Significa che produzione e consumo devono coincidere nel quarto d'ora. Un hotel con picchi serali e pannelli che rendono a mezzogiorno ha bisogno di batterie o di partner diurni: un caseificio, una segheria, la scuola del paese. La CER è un patto tra soggetti diversi, non un condominio fotovoltaico.

Il caso Pilzen: birra, calore, pernottamento

In Repubblica Ceca, a Plzeň, la birreria Prazdroj ha costruito una CER industriale che scalda il quartiere storico e alimenta l'ostello annesso al museo della birra. Il turista dorme sopra i fermentatori, letteralmente: il calore di recupero dei tini riscalda i termosifoni delle camere. Il destination manager locale ha trasformato l'impianto in visita guidata a pagamento: 12 euro a testa, tutto esaurito da aprile a ottobre. In Italia qualcosa si muove a Birra Peroni ad Assemini, ma manca il salto culturale: aprire l'impianto al visitatore, far toccare con mano la filiera energetica. È turismo industriale. Non serve il museo della scienza, basta un tubo isolato e una guida che sa parlare.

Tornando in patria. A Ostana, vallata del Monviso, la CER nata nel 2022 riunisce 42 utenze: il rifugio Galaberna, il comune, tre aziende agricole, cinque famiglie. Il sindaco Giacomo Lombardo mi ha mostrato la dashboard: a luglio 2024 l'autoconsumo condiviso ha coperto il 68 per cento dei bisogni totali. Il rifugio ha spento il generatore a gasolio. Silenzio, odore di larice, niente fumi. I clienti lo chiedono esplicitamente: "Dormite off-grid?". Chi risponde sì, incassa la prenotazione. Chi tergiversa, perde il weekend.

Burocrazia, il vero collo di bottiglia

La pratica per costituire una CER richiede oggi una media di 14 mesi tra statuto, atto costitutivo, accordo di condivisione, iscrizione al registro GSE e convenzione di rete. Quattordici mesi in cui il destination manager non può promettere nulla agli operatori. La Regione Toscana ha provato a snellire con un bando da 12 milioni (scaduto marzo 2024) che finanziava gli studi di fattibilità: 18 progetti ammessi, 3 già operativi a settembre. Poco. La Lombardia ha stanziato 22 milioni per il 2025-26, ma il decreto attuativo è ancora in bozza. Intanto i fondi PNRR per le isole minori (200 milioni) vedono le prime CER partite solo a Lampedusa e Pantelleria. Le Eolie aspettano.

C'è poi il nodo della governance. Chi decide la ripartizione dei benefici? A Roncofreddo è un comitato paritetico: un voto a testa, che tu sia l'hotel da 30 camere o la famiglia con il contatore da 3 kW. Funziona perché i soci si conoscono, si incontrano al bar, si fidano. A scala metropolitana — pensate a una CER che unisca hotel di Rimini, stabilimenti balneari e parchi tematici — serve un gestore terzo, una ESCo, contratti chiari. Il destination manager deve saperlo: non è solo tecnologia, è politica locale.

Il viaggiatore non chiede certificati, chiede silenzio

Ho dormito al Galaberna a fine agosto. Nessun cartello "energia pulita" in reception. Nessun opuscolo. Solo il fruscio del vento sui pannelli integrati nel tetto a lose. La colazione: latte della stalla sotto, pane cotto nel forno a legna alimentato dai trucioli della segheria socia della CER. Il conto includeva una quota fissa di 4 euro a notte: "Contributo comunità energetica", recitava la ricevuta. Nessuno ha obiettato. Il turista percepisce la coerenza, non la certificazione. Se il destination manager vende la CER come un'etichetta da appendere alla vetrina, fallisce. Se la usa per rinegoziare i rapporti tra filiera agricola, ricettiva, mobilità lenta, costruisce destinazione.

Prossimo passo: le CER a vocazione turistica transfrontaliere. Il progetto Interreg Alpine Space "EnergyTour" sta mappando 14 casi pilota tra Valle d'Aosta, Alta Savoia e Vallese. Obiettivo: un unico contratto di fornitura per il viaggiatore che dorme a Courmayeur, scia a Chamonix, cena a Martigny. Una tessera, un'app, un prezzo. Utopia? La prima simulazione tariffaria è pronta. Manca solo la volontà politica di allineare le regolazioni nazionali. Il destination manager che aspetta la direttiva europea perfetta, intanto, guarda il contatore girare a vuoto.

Spunto di cronaca: Quality Travel

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