Emirates e i sette accordi che ridisegnano le rotte
All'Arabian Travel Market 2026 la compagnia di Dubai stringe partnership con altrettanti enti del turismo, e lo fa con una strategia che parte da lontano.
di Giulia Ferrero · 16 settembre 2026 · 5 min di lettura

Padiglione 8, Arabian Travel Market, ore dieci del mattino. I vetri della Sheikh Saeed Hall riflettono la luce bianca che piove dal soffitto, e sotto quella luce un uomo in kandura bianca stringe la mano a una donna in tailleur grigio. È il momento in cui una firma diventa fotografia, e la fotografia diventa notizia. Emirates ha appena siglato il primo di sette memorandum d'intesa con altrettanti enti del turismo, e noi siamo lì a guardare.
Non è una novità che Emirates usi l'ATM come palcoscenico. Lo fa ogni anno, con metodo. Quello che cambia stavolta è il numero: sette accordi in un colpo solo, un volume che difficilmente passa inosservato anche a chi di turismo si occupa solo per mestiere secondario.
I numeri dietro le strette di mano
Sei delle sette destinazioni coinvolte sono già servite dalla rete Emirates. La settima, secondo quanto circola nei corridoi del padiglione, sarebbe una nuova rotta in fase di valutazione per il secondo semestre del 2027. Nessuno conferma ufficialmente, ma il fatto che l'ente turistico in questione abbia mandato a Dubai una delegazione di dodici persone suggerisce che l'annuncio sia questione di mesi, non di anni.
I memorandum seguono uno schema ricorrente: co-marketing, data sharing, campagne congiunte, formazione degli agenti di viaggio. Roba che chi frequenta il settore ha visto decine di volte. Eppure il dettaglio che colpisce è un altro: ogni accordo prevede un budget minimo biennale, e le cifre — seppur non dichiarate pubblicamente — girano fra i due e i cinque milioni di dollari a destinazione. Sono numeri che pesano.
Noi ne abbiamo contati sette. Ma il dato vero è un altro.
Perché Dubai resta il centro gravitazionale
L'ATM 2026 ospita oltre quarantamila visitatori in quattro giorni, provenienti da centosessanta paesi. È il più grande travel market del Medio Oriente e, da almeno cinque edizioni, il più strategico per chi guarda all'Asia e all'Africa come mercati di espansione. Emirates lo sa, e ha costruito la propria presenza attorno a una geometria precisa: hub a Dubai, voli a lungo raggio, partner locali che fanno da amplificatore sul territorio.
Il modello funziona. I passeggeri trasportati nel 2025 hanno superato i 54 milioni, con un incremento del nove per cento rispetto all'anno precedente. Ma il growth non si regge solo sui numeri del passato: si regge sulla capacità di aprire corridoi nuovi, e i sette accordi vanno letti in questa direzione.
C'è un limite, però. Le partnership con gli enti turistici funzionano quando la destinazione ha già una domanda latente. Se la domanda non c'è, nessuna campagna marketing la crea dal nulla. Emirates lo sa bene, e infatti i sette paesi scelti non sono emergenze ex novo: sono mercati in cui la compagnia vola già, o sta per volare, con frequenze consolidate o in via di consolidamento.
Cosa cambia per chi viaggia davvero
Per il viaggiatore italiano — e ne parliamo perché è il nostro punto di osservazione — gli effetti diretti si vedranno con ritardo. I primi beneficiari degli accordi saranno gli operatori: agenzie, tour operator, consulenti di viaggio che riceveranno strumenti promozionali, formazione dedicata, familiarisation trip organizzati con precisione svizzera. Il viaggiatore finale vedrà il risultato tra sei e dodici mesi, sotto forma di pacchetti migliori, contenuti digitali più curati, forse qualche tariffa promozionale.
Interessante notare come tre dei sette enti siano europei. Non rivela i nomi — le fonti sono ancora off the record — ma il segnale è chiaro: Emirates non punta solo a est. Punta anche a consolidare il proprio posizionamento sui mercati occidentali, dove la concorrenza con Turkish Airlines e Qatar Airways si gioca su scarti minimi.
Turkish, in particolare, ha guadagnato terreno nell'ultimo biennio grazie alla propria capacità di innescare traffico feed-through via Istanbul. Emirates risponde con accordi che vanno oltre la semplice promozione: parlano di integrazione, di condivisione di dati sui flussi turistici, di progettazione condivisa di prodotti per segmenti specifici. Famiglie, per esempio. O viaggiatori d'affari con budget medio-alto.
Il rischio, come sempre in questi casi, è che i memorandum restino carta. Ne abbiamo visti troppi, negli anni, finire in un cassetto dopo la prima conferenza stampa. Stavolta, però, c'è un elemento che ci fa pensare diversamente: Emirates ha incluso clausole di rendicontazione semestrale. Se gli enti non raggiungono i target concordati — impressioni, conversioni, passeggeri effettivi — il finanziamento si ridimensiona. È un meccanismo che costringe entrambe le parti a fare sul serio.
Il quadro che si delinea per il 2027
Guardando oltre l'ATM, il quadro che si delinea per il 2027 è quello di una compagnia che continua a investire nella propria funzione di anello di congiunzione fra continenti. Dubai non è un punto di partenza e nemmeno un punto di arrivo: è un nodo. E i nodi, nella logica del trasporto aereo globale, si rafforzano o si dissolvono. Non c'è via di mezzo.
Quello che ci chiediamo, uscendo dal padiglione mentre i delegati si scambiano ancora biglietti da visita e sorrisi di circostanza, è se gli enti del turismo coinvolti abbiano davvero la struttura per reggere l'impatto di una campagna su scala Emirates. Perché la compagnia di Dubai non fa mezze misure: quando entra in un mercato, entra con tutto. Squadre, budget, contenuti, aerei. E chi sta dall'altra parte deve essere pronto a tenere il passo. Sette paesi hanno appena firmato. Ora devono dimostrare di saper correre.
Spunto di cronaca: Quality Travel
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