Pernod Ricard assorbe Italicus: addio a Giuseppe Gallo

Il gruppo francese porta al 100% il Rosolio al bergamotto e il fondatore esce anche dalla guida operativa.

di Elena Marchetti · 5 settembre 2026 · 4 min di lettura

Bicchiere alto con liquore giallo pallido e fetta di bergamotto, controluce caldo su bancone di marmo scuro.

Un bicchiere stretto, ghiaccio, una fettina di bergamotto piegata a mezzaluna. È l'immagine con cui, dal 2016, ci siamo abituati a riconoscere Italicus. Dietro c'era la faccia di Giuseppe Gallo, barman torinese trapiantato a Londra, che aveva scommesso su un liquore dimenticato. Da qualche giorno quella firma non c'è più: Pernod Ricard ha rilevato il 50% che ancora non possedeva, arrivando al 100% del capitale, e Gallo ha lasciato sia la quota sia il ruolo di CEO.

L'operazione chiude una partnership nata nel 2020, quando il gruppo francese era entrato con una quota paritaria nel progetto. All'epoca Italicus aveva già messo radici nella carta cocktail internazionale — era nei bar di Londra, New York, Singapore — ma serviva una struttura distributiva capace di reggere la crescita. Pernod Ricard mise la sua rete; Gallo mise il prodotto e la credibilità. Adesso il patto si è rovesciato.

Una categoria riscritta da un bergamotto

Prima di Italicus il Rosolio di Bergamotto era una curiosità da enciclopedia. Lo si trovava sfogliando testi di liquoristica ottocentesca, citato come specialità calabrese. Gallo lo riportò in commercio usando una ricetta storica rielaborata con il bartender Giulio Mirandola, fissando il prezzo in fascia premium e legandolo al mondo della mixology d'autore. Il risultato fu che catene come The World's 50 Best Bars cominciarono a citarlo, e le bottiglie iniziarono a viaggiare.

I numeri, quando Pernod Ricard li comunicò nel 2020, parlavano di oltre centomila casse vendute l'anno a livello globale. Una nicchia, ma una nicchia in crescita a doppia cifra, cosa rara in un mercato degli spirits maturo. Il bergamotto di Reggio Calabria — quello della Dop, profumato e amarognolo — restava l'ingrediente simbolo, e l'etichetta disegnata dallo studio londinese Here Design contribuiva a farlo percepire come oggetto contemporaneo, non come revival polveroso.

Cosa perde il brand, cosa ci guadagna

L'uscita di Gallo è la notizia. Per anni la sua presenza è stata il racconto stesso di Italicus: girava per fiere, faceva masterclass, conosceva i bartender per nome. Senza di lui il prodotto resta, ma perde il volto. È lo stesso scambio che avviene ogni volta che un marchio indipendente entra nell'orbita di un gruppo multinazionale: si guadagna in logistica, distribuzione, potere contrattuale con la Gdo, e si perde una quota di anima. Non è un giudizio morale, è meccanica industriale.

Dal punto di vista commerciale, il passaggio al 100% elimina i passaggi formali tipici delle società paritetiche — niente più comitati paritetici, niente veti incrociati sulle strategie. Pernod Ricard potrà decidere se spingere il prodotto in nuovi mercati, se affiancarlo ad Aperol e Ramazzotti nella sua scuderia amari, se accelerare sulle edizioni limitate. Finora la prudenza era stata di rigore: Gallo non voleva snaturare il prodotto, e il gruppo francese aveva interesse a non forzare la mano su un asset che ancora cresceva da solo.

Il prezzo dell'indipendenza, il prezzo della scala

Quando si guarda a deal come Italicus, la domanda che ci poniamo è sempre la stessa: il brand resterà fedele a sé stesso? La storia recente del settore offre risposte miste. Lillet, acquisita da Pernod Ricard negli anni ottanta, ha mantenuto il profilo ma ha perso mordente. Aperol, al contrario, dopo l'acquisizione da parte del gruppo nel 2003, ha cambiato pelle: da aperitivo regionale a fenomeno da Spritz globale, con volumi moltiplicati per dieci. Italicus non è Aperol — il target è diverso, la grammatura è quella del cocktail fine — ma il precedente insegna che le traiettorie post-acquisizione possono essere imprevedibili.

C'è poi un tema italiano. Pernod Ricard è già il primo player straniero per presenza negli spirits tricolori, tra Stock, Ramazzotti, Aperol, Cynar, Branca internazionale. Aggiungere Italicus significa completare l'offerta nel segmento premium e aromatico, con un prodotto che strizza l'occhio alla mixology di nuova generazione. Una mossa che, letta in filigrana, anticipa probabili investimenti su e-commerce e travel retail.

I prossimi mesi: fiere, listini, bartender

Gallo non ha ancora annunciato cosa farà adesso. Lo immaginiamo dietro un bancone, magari con un nuovo progetto. In passato ha lavorato anche con brand come Disaronno e Nardini: il suo curriculum è fatto di consulenze e lanci, non di gestioni statiche. La sensazione è che non resterà fermo a lungo, anche se il distacco da Italicus — sette anni di vita, tra alti e qualche rallentamento post-pandemico — non si cancella con un post LinkedIn.

Nel frattempo il Rosolio al bergamotto continua a uscire dalle linee produttive di Sanpellegrino, in Lombardia, con la stessa formula. Nessun cambio di ricetta, nessuna revisione di packaging. Lo confermano fonti vicine al gruppo. Il debutto di Pernod Ricard come unico azionista avverrà nei prossimi appuntamenti di settore — Bar Convent, Salone del Mixology di Milano, TFWA Cannes — dove si capirà se la casa madre intende accelerare o mantenere la rotta impostata da Gallo fino all'ultimo giorno.

Una cosa resta da verificare: se la narrazione intorno al prodotto — quel misto di artigianalità rivendicata e ambizione internazionale — sopravviverà al passaggio di mano. I liquidi non cambiano, le etichette nemmeno. Ma quando un brand si racconta da solo, senza più il suo fondatore in prima fila, la voce tende a uniformarsi. Vedremo se Pernod Ricard vorrà rischiare, oppure se sceglierà la prudenza. Per ora, il bicchiere stretto e il bergamotto piegato a mezzaluna restano lì, in attesa del prossimo cocktail.

Spunto di cronaca: Pambianco Wine

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