Planetaria Hotels scommette su Venezia: extra-lusso sul Canal Grande
Il gruppo guidato da Sofia Gioia Vedani presenta il nuovo progetto lagunare tra recupero filologico e servizio su misura.
di Alessandro Ratti · 24 settembre 2026 · 6 min di lettura

L'acqua batte sui piloni mentre il vaporetto della linea 1 taglia il Canal Grande all'altezza di San Stae. Qui, tra un fondaco del XIII secolo e una facciata neorinascimentale che ha visto due guerre mondiali, Planetaria Hotels ha firmato per il suo prossimo atto veneziano. La notizia è uscita stamattina alle 15:39, quando la laguna inizia a svuotarsi dai gruppi della mattina. Dodici milioni per la nuda proprietà, altri trenta stimati per un restauro di almeno ventiquattro mesi. Sofia Gioia Vedani, ad del gruppo, non gira attorno: "Venezia non ha bisogno di un altro brand. Ha bisogno di qualcuno che rispetti i suoi tempi".
Il portafoglio Planetaria conta undici strutture, ottocentoquaranta chiavi, fatturato 2025 sopra i novanta milioni. Numeri da medio operatore, ma margini da grande: EBITDA al 32 per cento, ADR medio vicino ai seicento euro a notte. La Vedani, quarantasette anni, cresciuta tra le cucine del padre ristoratore a Bergamo e laureata in economia alla Bocconi, ha imparato a non comprare metri quadri ma storie. L'ha fatto a Cortina con l'ex Hotel de la Poste, l'ha rifatto a Orta San Giulio rilevando una villa liberty chiusa da quindici anni. Ora tocca a Venezia, la piazza più difficile: Aman ci ha messo sette anni per aprire, Four Seasons ha rinunciato a San Clemente.
Un palazzo, non un hotel qualunque
L'immobile è Palazzo Contarini Polignac, o quel che ne resta dopo i bombardamenti del '16 e un restauro anni Settanta che ha cancellato gli stucchi per far passare impianti elettrici a vista. Quattro piani fuori terra, duemilatrecento metri quadri netti, settanta metri d'affaccio diretto sul canale. Il progetto preliminare, firmato dallo studio Patricia Urquiola con la consulenza storica dell'architetto lagunare Alberto Torsello, prevede ventidue suite soltanto. Niente camere standard. La più piccola: trenta metri quadri. La suite Doge: centoventi metri quadri con terrazza privata sul tetto e vista sulla cupola della Salute. Prezzi di partenza ipotizzati: millequattrocento euro a notte, solo pernottamento. "Vogliamo vendere silenzio", dice Vedani. "E il silenzio a Venezia costa fatica".
La filosofia del gruppo ruota su un concetto che la Vedani ripete come un mantra: identità prima di scala. Niente spa standardizzata in seminterrato, niente palestra Technogym con vista su un pozzo luce. Il benessere sarà diffuso: una sala trattamenti nell'ex magazzino del sale al piano terra, percorsi Kneipp nel giardino interno che verrà recuperato abbattendo un corpo aggiunto abusivo degli anni Ottanta. La cucina, affidata a un executive chef che il gruppo non nomina ancora ma che «Chiavi del Gusto» indica come un ritorno eccellente dai fornelli di un tre stelle Michelin parigino, lavorerà solo su prodotto lagunare: moeche di Burano, schie di Chioggia, castraure di Sant'Erasmo. Niente tonno rosso, niente wagyu. "Se un ospite vuole il sushi, c'è l'Harry's Bar a cinque minuti di barca. Noi facciamo altro".
La strategia del portafoglio diversificato
Guardando il bilancio consolidato 2025, la scommessa veneziana pesa per il quindici per cento del capex pianificato 2026-2028. Il resto va su due fronti: rafforzamento in Alta Badia, dove Planetaria ha rilevato un chalet-hotel a Corvara per trasformarlo in un rifugio da dodici chiavi con cucina di montagna contemporanea, e ingresso in Puglia con una masseria fortificata vicino a Ostuni, venti ettari di ulivi secolari. La Vedani non nasconde l'obiettivo: quindici strutture entro il 2028 mantenendo l'ADR sopra i cinquecento euro. "La diversificazione non è geografica, è esperienziale", corregge. "Un ospite che dorme da noi a Cortina a gennaio deve trovare la stessa coerenza narrativa a Venezia a settembre. Non lo stesso tappeto, la stessa logica".
C'è un rischio concreto. Venezia assorbe capitale umano come una spugna asciutta. Trovare quaranta persone formate per l'extra-lusso — governanti che sanno stirare il lino a mano, concierge che conoscono l'orario di apertura della Scuola Grande di San Rocco di domenica, sommelier che distinguono un Refosco dal peduncolo rosso da uno standard — è impresa titanica. Il gruppo ha stanziato due milioni per un piano alloggi dipendenti: ha preso in affitto un intero palazzo a Mestre, zona Carpenedo, quindici minuti di treno da Santa Lucia. Ventiquattro mini-appartamenti arredati, affitto calmierato a trecento euro mensili comprensivi di utenze. Una mossa che ricorda quella di Aman a Tokyo, ma su scala artigianale. "Se non dormono bene, non lavorano bene", taglia corto la Vedani.
Cucina e identità: il nodo centrale
Il capitolo ristorazione vale un paragrafo a parte. Il ristorante principale, quaranta coperti nella sala affrescata al piano nobile, non aprirà al pubblico esterno per i primi dodici mesi. Solo ospiti dell'hotel. Scelta controcorrente, che rinuncia a un fatturato stimato di ottocentomila euro l'anno tra pranzi e cene esterne, ma blindifica l'esperienza. "L'extra-lusso vero è non dover condividere il tuo tavolo con chi non ha dormito nelle tue lenzuola", argomenta la Vedani. Il menu degustazione, centottanta euro vini esclusi, cambierà ogni ventuno giorni seguendo il calendario delle maree e dei raccolti delle isole. La cantina: seicento referenze, ottanta per cento Veneto, focus su vini arancioni e rifermentati in bottiglia. Nessun Champagne di grandi maison. Solo vigneron. Una presa di posizione che farà discutere i critici della guida Michelin, abituati a certe etichette come rassicurazione.
Sul fronte tecnico, il restauro affronta il nodo acqua alta. Il piano terra si allaga a novanta centimetri sul medio mare. La soluzione non sono le paratoie mobili — troppo invasive per la Soprintendenza — ma un sistema di vasche di contenimento integrate nei muri perimetrali e pompe a immersione silenziose, collegate alla centrale del MOSE via protocollo dedicato. Costo aggiuntivo: un milione e duecentomila euro. Non previsto nel budget iniziale. "L'abbiamo messo noi", dice Vedani. "Chi compra extra-lusso non accetta l'umidità sui tappeti persiani". La consegna lavori è fissata per ottobre 2026, apertura soft a marzo 2028, inaugurazione ufficiale per la Biennale Architettura di maggio.
Il fattore umano: trovare gente in laguna
Abbiamo visitato il cantiere la scorsa settimana, guidati dal project manager interno, un ingegnere trentino che ha seguito il restauro del Bauer. L'odore è di calce idraulica e legno bagnato. Gli operai, una ventina, lavorano su turni di sei ore per evitare l'afa pomeridiana. Nessuno parla inglese. La Vedani ha voluto che il direttore d'albergo, un veneziano doc rientrato da Singapore dopo quindici anni, inizi a formare lo staff già ora, in affitto in una foresteria a Cannaregio. Quindici persone: reception, concierge, maggiordomi. La governante generale arriva dal St. Regis di Roma. Lo chef de rang dal Danieli. È una squadra ibrida, come la città. Il vero test sarà l'estate 2028, quando i turisti mordi-e-fuggi intaseranno le calli e i nostri ospiti vorranno attraversare il ponte di Rialto senza farsi spingere. "Gli daremo una barca privata", dice il direttore. "Ma la città non si può prenotare".
L'ultimo bilancio Planetaria mostra un debito netto di quarantadue milioni, coperto per l'ottanta per cento da linee a tasso fisso sottoscritte nel 2022. La leva finanziaria è sotto controllo, ma l'esposizione su Venezia alza la soglia di attenzione delle banche. Unicredit ha chiesto un business plan mensile per i primi tre anni. La Vedani lo ha consegnato venerdì scorso: ottantacinque pagine, scenari base, ottimista, pessimista. Nel peggiore, occupazione al quarantacinque per cento, ADR a millecento euro. Nel migliore, settanta per cento a milleseicento. La verità sta nel mezzo, come sempre. La domanda che ci poniamo noi, uscendo dal palazzo mentre il sole cala dietro San Giorgio, è un'altra: quanto extra-lusso regge Venezia prima di rompersi? Il gruppo ne ha aperte undici. Questa sarà la dodicesima. La tredicesima, si mormora, potrebbe essere a Napoli, quartiere Chiaia. Ma quella è un'altra storia, e un altro rischio.
Spunto di cronaca: Quality Travel
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