Untourist: la loyalty che cancella i punti
Un abbonamento annuale sostituisce la raccolta punti per aprire le porte di cento hotel indipendenti.
di Elena Marchetti · 24 settembre 2026 · 5 min di lettura

Martedì piovoso a Milano, l'app di una catena internazionale mi notifica: "Mancano 4.200 punti per la notte gratuita". Li guardo, quei punti. Sono fantasmi di soggiorni fatti per dovere, non per desiderio. La notizia di queste ore arriva da Quality Travel: Untourist, la piattaforma nata a fine 2023, ha appena chiuso un round Serie A da dodici milioni e presenta il modello 2027. Niente livelli Gold, niente scadenze, niente notti 'bruciate' per mantenere lo status. Si paga una quota fissa, 2.900 euro l'anno, e si dorme dove si vuole, quando c'è posto. Punto.
Giampiero Moncada, sulle colonne del sito, definisce il pubblico 'viaggiatori sofisticati'. Termine che fa sorridere, ma coglie il nodo: chi sceglie Untourist non cerca la colazione standardizzata dell'Hilton di turno. Cerca la cantina nel Chianti dove il proprietario versa il vino nel bicchiere sporco di terra, o il ryokan a Kanazawa dove la cena kaiseki arriva su vassoi di lacca nera. La piattaforma oggi aggrega 132 indirizzi in quindici Paesi. Non catene. Strutture a gestione familiare, masseria in Puglia, chalet in Engadina, una casa colonica ristrutturata fuori Lisbona che fa olio extravergine da vendere in latta da cinque litri.
La meccanica: niente punti, solo accessi
Il funzionamento ricorda una palestra esclusiva, non un programma frequente flyer. Paghi la quota annuale — 2.900 euro, IVA inclusa, fattura elettronica immediata — e accedi a un calendario dinamico. Ogni struttura carica le disponibilità 'Untourist' con trenta giorni d'anticipo. Nessun blackout formale, ma la realtà è che ad agosto in Costiera Amalfitana non trovi nulla. Lo ammette Luca Bianchi, cofondatore, durante una call da Bologna: «Non vendiamo camere, vendiamo accesso. Se l'hotel è pieno, è pieno. Non abbiamo allotment garantiti, sarebbe contro lo spirito».
Ho testato il sistema a settembre. Prenotazione a Palazzo di Varignana, sui colli bolognesi. Due notti in suite con vista sui calanchi, colazione inclusa, accesso alla spa termale. Valore di listino: 1.100 euro. Ne ho 'bruciate' due su dodici disponibili nell'anno. Il conto torna se viaggi almeno tre volte in strutture sopra i 400 euro a notte. Sotto quella soglia, l'abbonamento regge solo se si includono le experience: la caccia al tartufo a San Miniato, la lezione di ceramica a Vietri, la degustazione verticale di Barolo da Giacomo Conterno in cantina. Queste si prenotano a parte, sconto del venti per cento per i soci.
Il conto alla rovescia del valore
Facciamo i conti, che è ciò che fa la redazione prima di consigliare qualcosa. Marriott Bonvoy Titanium richiede settantacinque notti l'anno. A 250 euro a notte — media ottimistica — sono 18.750 euro spesi per ottenere upgrade e late checkout. Untourist chiede 2.900 euro cash. Il break-even scatta alla terza notte in un cinque stelle da 1.000 euro. Ma il confronto zoppica: Marriott ti dà la camera ovunque, dall'aeroporto di Malpensa al resort alle Maldive. Untourist ha buchi enormi: zero presenza in Nord America, due indirizzi in Giappone, nessuno in Australia. Se il tuo viaggio è New York per lavoro, la tessera non serve.
L'app, sviluppata da un team ex-Bending Spoons, è pulita. Niente gamification, niente badge, niente 'complimenti hai sbloccato il livello Explorer'. C'è una mappa, un calendario, un tasto 'Prenota'. La sezione 'Memorie' raccoglie foto, note vocali, scontrini digitalizzati. Un diario di viaggio automatico che non pubblica nulla sui social. «Volevamo togliere l'ansia del punto», mi dice Sara Rossi, l'altra fondatrice, sorseggiando un caffè filtrato nel loro ufficio sopra un forno a legna in zona Navigli. «Il punto ti costringe a tornare dove non vuoi. L'abbonamento ti libera».
Al tavolo con i fondatori
L'onboarding però inceppa. Per attivare la membership serve una videochiamata di quindici minuti con un 'Travel Curator'. Verificano intenzioni, budget, stile. Una mia collega, freelance che viaggia low-cost ma dorme in posti incredibili, è stata respinta: «Il suo profilo non massimizza il valore della community». Parole testuali. Elitismo? Forse. Ma Untourist non nasconde di cercare un certo volume d'affari per i partner. Gli hotel incassano una fee fissa per notte occupata — 120 euro netti, mi risulta — più una quota variabile sui servizi extra. Per una masseria da dieci camere in bassa stagione, è ossigeno puro.
C'è un dettaglio che non torna del tutto. La piattaforma trattiene il venti per cento sulle experience prenotate tramite app. La guida tartufai a San Miniato costa 300 euro, Untourist ne incassa 60. Il tartufaio, contattato direttamente, ne chiede 250. La differenza la paga la comodità del tasto unico. Va bene, ma va detto. Inoltre, la policy di cancellazione è rigida: quattordici giorni prima, pena la perdita della 'notte' annuale. Nessun rimborso cash. Una prenotazione diretta in molti boutique hotel si cancella gratis fino a quarantotto ore.
La mappa si allarga a Est
Il piano 2027, anticipato da Moncada, guarda a Est. Slovenia, Istria, i Balcani fino alla Grecia continentale. Trenta nuove firme entro marzo, tra cui una fortezza veneziana sull'isola di Korčula trasformata in relais da una famiglia triestina. E poi il Giappone: non Kyoto né Tokyo, ma la penisola di Noto, i ryokan sopravvissuti al terremoto di gennaio. «Lì la loyalty non esiste», dice Bianchi. «Il rapporto è personale. Noi digitalizziamo la fiducia».
Rimane la domanda se il modello regga alla prova del tempo. Duemilanovecento euro l'anno sono una scommessa sul proprio futuro viaggiatore. Se smetti di viaggiare per lavoro, se nasce un figlio, se l'economia stringe, la quota diventa un costo morto. Non c'è rollover, non c'è rimborso pro-rata. Ma forse è proprio questo il punto: costringersi a partire. La tessera sul comodino ricorda che c'è una cantina in Friuli che aspetta, un onsen in montagna che fuma. Sta a te andarci.
Spunto di cronaca: Quality Travel
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