Anna e Bicchieri, Garbatella: conto a 35 euro

Un indirizzo che mantiene la promessa della romanità accessibile senza scadere nella trappola per turisti.

di Giulia Ferrero · 4 settembre 2026 · 5 min di lettura

Interno di Anna e Bicchieri a Garbatella: tavoli di formica, tende a righe, piatto di cacio e pepe e calici di vino rosso su tovagliolo di carta.

L'ingresso è su via Giacinto Pullino, pochi passi dalla piazza del mercato coperto. Aprono la porta a vetri alle venti precise e ti investe un'onda: odore di soffritto di cipolla e sedano, vapore di aceto balsamico, il rumore secco dei cavatappi. Anna e Bicchieri non sta nascosto, sta proprio lì, con le luci basse e i tavoli di formica chiara che conoscono generazioni di gomiti. Non c'è insegna luminosa, solo una lavagna nera appoggiata al muro esterno con scritto a gesso bianco: "Menu degustazione 35 euro - Vini esclusi". Una dichiarazione d'intenti, non un'esca.

La formula che non tradisce

Trentacinque euro. Antipasto, primo, acqua e caffè. Il vino lo scegli tu dalla lavagna dei calici o dalla carta delle bottiglie, che è un piccolo trattato di enologia laziale: Cesanese del Piglio, Bellone di Anzio, Malvasia Puntinata dei Castelli. Nessun rincaro da carta turistica, i ricarichi sono onesti, intorno al doppio del prezzo enoteca. Il menu cambia ogni quindici giorni, scritto a mano dal cuoco quella mattina stessa. Stasera c'è la trippa alla romana, morbida da tagliarsi col cucchiaio, profumata di mentuccia e pecorino romano DOP stagionato ventiquattro mesi. Segue un piatto di rigatoni cacio e pepe: pasta trafilata al bronzo, pepe di Sarawak macinato al momento, crema lucida che avvolge ogni rigatura. Nessuna sbavatura, nessuna scorciatoia. Il conto arriva su un foglio di carta gialla strappato dal blocchetto: due menu, due calici di Cesanese, acqua, caffè. Ottantotto euro in due. Esci che hai mangiato bene, bevuto meglio, e il portafoglio non piange.

Cantina popolare, selezione da intenditori

Il nome "Bicchieri" non è decorativo. Dietro il bancone, stipate fino al soffitto, ci sono oltre trecento referenze. La maggioranza sono piccoli produttori laziali, molti in conversione biologica o certificati naturali. Trovi il Cacchione di Marco Carpineti, il Pampanaro di Damiano Ciolli, le bollicine ancestrali di Casale del Giglio. Ma c'è anche una selezione franca di Borgogna e Loira per chi non vuole stare solo sul territorio. Il sommelier, un ragazzo sulla trentina con i baffi sottili e la maglietta sudata, non ti spinge la bottiglia costosa. Ti chiede: "Cosa vi piace bere di solito?". Ascolta. Versa un assaggio. Se annuisci, stappa. Se storci il naso, ne apre un'altra senza far storie. È un servizio che a Roma, nei luoghi definiti "popolari", si vede raramente. Qui la competenza non è ostentazione, è mestiere.

Anna, la titolare, è una donna sui sessant'anni che non sta ferma un secondo. Passa tra i tavoli con il grembiule a fiori, sistema una posata caduta, riempie l'acqua senza che tu chieda, ti chiama "ragazzo" anche se ne hai quaranta. Conosce i nomi di chi siede ai tavoli fissi del martedì e del venerdì. "Stasera niente polpette, sono finite", dice a un habitué che non ha nemmeno aperto il menu. Lui annuisce, ordina la pajata. È questa la cifra del posto: la memoria. Non recitano la parte dell'osteria, la abitano. I muri sono scrostati dove le sedie hanno battuto per trent'anni, le tende a righe rosse e bianche sono quelle di una volta, i piatti sono bianchi, spessi, pesanti in mano. Niente design, niente Instagram. Solo patina vera.

Cucina romana, zero concessioni

Il cuoco non esce dalla cucina a fine serata per gli applausi. Lavora a vista, separato dalla sala solo da un vetro spesso. Lo vedi mantecare la carbonara: guanciale di Amatrice tagliato spesso, tuorli d'uovo bio, pecorino, pepe. Niente panna, niente cipolla, niente trucco. La pasta arriva al dente vero, quello che resiste sotto i denti. L'abbacchio scottadito ha la crosta croccante e l'interno rosa, profuma di rosmarino e aglio in camicia. Le verdure di contorno — cicoria catalogna ripassata, puntarelle all'anchietta — sono stagionali, amare al punto giusto, condite con olio extravergine della Sabina che pizzica in gola. Porzioni oneste, non da competizione mangereccia, ma tali da non farti alzare con la fame. Il dolce è una crostata di visciole fatta quella mattina, pasta frolla sbriciolosa, marmellata scura, acida. Due cucchiai e chiudi gli occhi.

Prenotare è un atto di fede. Il telefono squilla a vuoto per ore, la segreteria è piena. Rispondono solo tra le quindici e le diciassette, o se passi di persona il pomeriggio. Niente TheFork, niente sito web, niente email. È un filtro, lo ammettono. "Vogliamo gente che ha voglia di venire, non gente che prenota per non decidere", dice Anna mentre ti scrive il nome su un taccuino a quadretti consumato. Il sabato sera alle venti c'è la fila sul marciapiede. Quattro, cinque coppie in attesa. Nessuno si lamenta. Si beve un bicchiere di vino al banco, si chiacchiera con chi sta accanto. L'attesa fa parte del rito. Chi non accetta il rito, va a mangiare la pinsa surgelata in franchising due isolati più in là.

Il conto e la passeggiata

Uscendo, l'aria di settembre è ancora tiepida. Garbatella dorme già, le luci dei lotti spente, solo il ronzio del frigo del bar all'angolo. Guardi lo scontrino piegato in tasca: 88 euro. Due persone. Vino incluso. A Roma, nel 2026, è una cifra che suona quasi anacronistica. Non è economico in assoluto, ma è onesto. Paghi la materia prima, il lavoro, l'affitto, la passione. Non paghi l'arredamento, il marketing, l'influencer di turno. Anna e Bicchieri non salverà il mondo, né la ristorazione romana. Ma tiene accesa una luce. E stasera, camminando verso la macchina parcheggiata su via delle Sette Chiese, ti accorgi che hai ancora voglia di tornare. Magari martedì prossimo. Per la pajata.

Un dettaglio: il pane. Arriva in un cestino di vimini foderato di tovagliolo di lino. Due tipi: una pagnotta casereccia a lievitazione naturale, crosta spessa e mollica umida, e dei filoncini all'olio croccanti. Li sforna il forno Roscioli di via dei Chiavari, consegnati due volte al giorno. Lo spalmi con il lardo di Colonnata che tengono in un barattolo di vetro sul banco, oppure lo intingi nell'olio nuovo della Sabina. Vale da solo il prezzo del coperto, che non c'è.

Spunto di cronaca: Scatti di Gusto

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