Birra del Borgo, il funerale della ReAle arriva a Milano

Ex dipendenti e attivisti portano il feretro delle storiche ricette sotto la sede di AB InBev.

di Redazione Chiavi del Gusto · 11 settembre 2026 · 6 min di lettura

Ex dipendenti di Birra del Borgo portano un feretro simbolico con le etichette storiche in piazza a Borgorose.

Borgorose, prima mattina. La nebbia avvolge le case attorno alla piazza del Municipio, bagnata dalla pioggia notturna. Una quindicina di persone stringe una cassa di legno grezzo, verniciata di nero opaco. Sopra, attaccate con lo scotch da pacchi, le etichette strappate dai vecchi fusti: ReAle, Duchessa, Lisa. Non c'è un prete. C'è Marco, 42 anni, ex mastro birraio, che legge un foglio spiegazzato con la voce rotta dall'umidità più che dall'emozione. La processione parte alle 9:17, direzione stazione. Biglietti regionali per Roma Termini, poi Frecciarossa per Milano Centrale. Destinazione: via Monte Rosa 91, quartier generale italiano di AB InBev.

Il funerale della ReAle

La bara simbolica pesa poco, trenta chili forse. Dentro non c'è un corpo, ma trent'anni di fermentazioni spontanee, mosti bolliti a legna, lieviti selvaggi catturati sui muri del vecchio birrificio, quello a due passi dal fiume Salto. "Hanno ucciso la birra per fare un prodotto", dice Luca, ex addetto al confezionamento, reggendo un angolo del feretro. "La ReAle non era una ricetta, era un modo di stare al mondo. L'hanno pastorizzata, filtrata, standardizzata. Hanno tolto l'anima e lasciato l'etichetta". I manifestanti camminano piano, bloccano il traffico per cinque minuti. Un vigile li guarda, non interviene. Li conosce. Ha bevuto la loro birra al bar dello sport per quindici anni.

La notizia esplode sui social alle 11:03. Selvaggia Lucarelli ripubblica le storie Instagram dei manifestanti, aggiunge: "Quando la finanza mangia l'artigianato". Duecentomila follower in poche ore. I commenti si riempiono di ex clienti, publican romani, ragazzi che hanno fatto lo stage a Borgorose nel 2018. Nessuno cita i bilanci. Citano il sapore. "Sa di cartone bagnato, ora", scrive uno da Napoli. "La Duchessa era acida, viva, ti puliva la bocca. Oggi è una lambic da supermercato". La visibilità fa male al colosso belga. Gli uffici stampa di Milano tacciono. Rispondono solo con una nota standard alle 14: "Birra del Borgo rimane un pilastro del nostro portafoglio craft". Parole vuote, lette mille volte.

La logica del volume

Nel 2016, quando Leonardo Di Vincenzo vendette il 100% ad AB InBev per una cifra mai confermata ufficialmente ma stimata intorno ai 20 milioni di euro, la promessa fu chiara: autonomia produttiva, investimenti, distribuzione globale. "Non cambieremo nulla", disse l'allora country manager Italia, stringendo mani al Vinitaly. Otto anni dopo, l'impianto di Borgorose produce quasi 40.000 ettolitri annui. Il doppio del 2015. Ma le linee di imbottigliamento sono state raddoppiate, i tini di legno sostituiti da acciaio a camicia, il laboratorio analisi esternalizzato a un contratto quadro con un laboratorio di Monza. Il lievito madre della ReAle, quello che Di Vincenzo custodiva in frigo come un figlio, è stato "pulito" in laboratorio. Selezionato. Inoculato in purezza. La complessità è variabilità. La variabilità è costo. Il costo è il nemico.

Marco scende dal treno a Milano Centrale con la giacca di velluto a coste unta di luppolo, l'odore che non lava via. Ha lavorato lì dodici anni. Licenziato a febbraio 2026, insieme ad altri sette. "Riorganizzazione strategica", la lettera raccomandata. "Esternalizzazione logistica". La logistica è andata a un corriere che scarica i pallet nel piazzale di un capannone a Pomezia. La birra viaggia calda d'estate, ghiacciata d'inverno. Nessuno controlla più la catena del freddo. "Prima se un fusto arrivava sfiato, lo sapevo io. Lo ritiravo, lo assaggiavo, capivo se era il tappo o la refermentazione. Ora chi lo fa? Nessuno. Il cliente beve e si lamenta su Untappd. Noi non esistiamo più". Parla camminando veloce verso via Monte Rosa, il feretro su un carrello portapacchi rubato all'Ikea.

Borgorose non è una filiale

Il paese conta 4.500 anime, quasi tutte anziane. Il birrificio era il secondo datore di lavoro dopo la scuola. Il pub annesso, "Il Mastro", ha chiuso martedì scorso. Nessun avviso, solo un lucchetto nuovo e un foglio A4: "Chiuso per manutenzione". La manutenzione dura da sei giorni. Le sedie sono impilate sui tavoli, i rubinetti a secco. La canna da 20 litri di ReAle finale, quella vera, l'ultima botte del 2023, l'hanno bevuta loro, gli ex, la sera del licenziamento. "Sapeva di mela cotogna, fieno bagnato, pelle", ricorda Sara, ex responsabile qualità. "Quella birra non la rifanno più. Il lievito è morto in un surgelatore a -80 gradi a Leuven. L'hanno brevettato. È proprietà intellettuale adesso". La piazza del paese è deserta. Il sindaco non ha rilasciato dichiarazioni. "Non è competenza comunale", ha fatto dire dal segretario.

A Milano, davanti al palazzo di vetro e acciaio, la protesta cambia tono. Non più funerale, ma sit-in. I manifestanti si siedono sull'asfalto bagnato, aprono due casse di ReAle attuale, produzione gennaio 2026. La versano nei bicchieri di plastica. La schiuma cade in trenta secondi. Il colore è paglierino scarico, velato da una torbidità forzata, chimica. L'aroma: miele industriale, nulla di fruttato, nulla di selvaggio. In bocca è dolce, piatta, corta. "Questa è la birra che vogliono vendere come craft", sputa per terra Marco. "Craft è fare i conti con la natura. Questo è fare i conti con il budget". Un dirigente in giacca blu scende, li guarda dall'alto dei gradini, fa un cenno alla sicurezza. Due guardie si avvicinano, mani sui radiomicrofoni. Nessuno carica. La telecamera di un freelance riprende. Il dirigente risale. Chiude il portone a vetri.

La protesta sale a Milano

La sera cala fredda su via Monte Rosa. I manifestanti accendono i telefonini, le torce illuminano le etichette bagnate sulla bara. Qualcuno ha portato un fusto da 20 litri, vero, recuperato chissà dove, forse nascosto in cantina a Borgorose prima della svendita. Lo spillano a gravità, senza CO2. La birra esce viva, torbida, profumata di cantina, di cuoio, di tempo. La offrono ai passanti, ai poliziotti, al portiere notturno. "Assaggiate", dice Luca. "Questa è la nostra pensione. Questa è la nostra liquidazione". Un poliziotto beve, annuisce, non dice nulla. Rimette il bicchiere sul tavolino improvvisato. La birra finisce in venti minuti. La bara resta vuota. Domani mattina il treno per il ritorno parte alle 6:55. A Borgorose, intanto, i fermentatori d'acciaio girano a vuoto, puliti a soda caustica, in attesa del mosto standardizzato che arriverà da un concentrato belga. Il lievito madre aspetta nel congelatore, numero di catalogo ABIB-REALE-001. Nessuno sa se lo useranno ancora.

Nel bagagliaio dell'auto di Marco, parcheggiata alla stazione di Roma, c'è ancora mezza cassa di vecchie bottiglie. Etichette sbiadite, tappi a corona arrugginiti. Anno 2014. "Le bevo una all'anno", mormora mentre carica il bagaglio. "Per ricordarmi che sapore aveva il rischio". Il treno fischia. La piazza di Borgorose resta silenziosa, il lucchetto sul pub brilla sotto il lampione rotto.

Spunto di cronaca: Dissapore

Newsletter

Il meglio di food, wine e travel ogni lunedì

Ricevi gli ultimi 10 articoli selezionati dalla redazione, una volta a settimana.

Leggi anche