Caffè Fiorio a Torino sotto sfratto: fine di un'epoca

Il caffè storico del Rinascimento italiano resta vittima di una faida che coinvolge generazioni di una famiglia

di Elena Marchetti · 14 settembre 2026 · 5 min di lettura

Interno vuoto del Caffè Fiorio a Torino al tramonto, con specchi d'epoca, parquet e un unico bicchiere di caffè che emana vapore su una superficie in marmo

Alle tre del pomeriggio, un uomo cinquantenne si ferma davanti alla porta del Caffè Fiorio, sulla piazza Castiglione, e la tocca come se stesse salutando qualcuno. Non entra. Non ha mai bevuto un caffè lì, ma sua nonna lavorò come cameriera per tre anni, negli anni Sessanta. Dice che ogni volta passa da quella piazza si chiede: quanti ricordi ci stanno ancora dentro? Oggi l’ultimo capitolo di questa storia sembra scritto da un giudice, non da un barista.

La storia che non ha tempo di fermarsi

Nato nel 1764, il Caffè Fiorio ha visto nascere l’idea stessa dell’Italia unita. Cavour ci bevve il primo caffè dopo la battaglia di Palestro, nel 1848. Garibaldi ci incontrò con Gioberti. Oggi però non siamo più ai fasti del Risorgimento, ma alle gambe al colletto di una sentenza che impone lo sfratto alla famiglia D’Alessio, che ha gestito il locale per oltre mezzo secolo. E non è la prima volta che questa famiglia è al centro di tensioni. Nel 1992 un litigio simile mise in ginocchio la loro attività di pasticceria a San Salvario.

Lo sfratto è fissato per il 15 ottobre. La famiglia D’Alessio ha 45 giorni per sgombare. Il locale è grande 280 metri quadrati, ha un counter in marmo policromo e una lista di clienti fedeli che include intellettuali, artisti e turisti che tornano ogni anno solo per sentirsi avvolti da quell’atmosfera unica. Il prezzo di vendita? Dieci milioni e passa. Troppo, secondo molti. Troppo, secondo chi sa che un caffè così non si misura solo in chiavi e metri quadri, ma in anime che ci hanno lasciato un pezzo.

La famiglia che non dorme da anni

La faida interessa due fratelli: Marco e Stefano D’Alessio. Uno vive a Torino, l’altro a Milano. Da dieci anni non si parlano. La madre, Lucia, è rimasta la mediatrice finché non ha appoggiato l’uno. La nonna, Anna, non c’è più. Diceva sempre: ‘Questo posto non è un negozio, è un tempio’. Oggi nessuno ricorda più chi l’ha detto. Ma il caffè ha cambiato mani tre volte negli ultimi vent’anni, e ogni volta il nome D’Alessio è stato lì, appiccicoso come la colla tra le pentole.

I documenti giudiziari parlano di quote, diritti e un’ipoteca pignoraria mai regolare. Ma c’è di più. C’è un contratto del 1987 con un’azienda di gestione che prevedeva un canone annuo di ottantamila lire. Oggi quell’azienda è stata acquisita da un fondo immobiliare svizzerto che chiede il pagamento delle arretrate. Otto milioni. Più interessi. Più spese legali. Più un’ulteriore tantum per il disagio psicologico della famiglia.

Nel frattempo, i dipendenti non sanno cosa fare. Ventotto persone lavorano al Fiorio tra camerieri, baristi e guardiani. Alcuni hanno firmato un appello su Change.org con 12.347 firme. Uno di loro, Gianni, ha ventiquattro anni e fa notare: ‘Se me lo chiede mio padre, vengo anch’io a lavorare da altrove’. Ma suo padre è uno dei due fratelli in conflitto. E Gianni non sa a chi dare ragione.

Città che trema, fuoriclasse che aspetta

La sua scomparsa non è solo un lutto familiare. È un lutto collettivo. Torino ha perso una scalinata del suo passato. Il sindaco ha parlato di ‘interesse pubblico’ e ha chiesto un blocco dell’evidenza. Ma il giudice non sembra movuto. Dice che la legge è la legge. Che i diritti vengono prima di qualsiasi rimpianto storico. Che una sentenza è una sentenza, anche se firmata da un uomo che non ha mai bevuto un caffè con la crema giusta.

Intanto, i turisti continuano a fotografare. Oggi sono arrivati due gruppi da Tokyo. Uno ha chiesto il menù del 1848. Il barista gli ha portato un caffè e una fetta di torta alla crema. ‘È tutto quello che resta’, ha detto. Nessuno ha replicato. Fuori, un autobus turistico parte con sessanta passeggeri. Tutti sanno dove sono. Nessuno sa cosa succederà domani.

C’è chi dice che il problema non sia la faida, ma il silenzio. Che nessuno ha mai cercato di riconciliare. Che i media hanno fatto più rumore per una cassonetata rotta in centro città che per la fine di un pezzo di storia. Che in fondo, il vero colpevole sia l’indifferenza. Noi non siamo certo innocenti. Abbiamo bevuto il caffè, apprezzato l’atmosfera, e poi siamo andati via. Senza mai chiederci chi lo aveva costruito, o chi l’avrebbe voluto mantenere.

La sera, quando chiude, Marco D’Alessio (quello di Torino) si siede a un tavolo vuoto e beve l’ultimo caffè del giorno. Non sa se lo farà mai di nuovo. Non sa se lo vorrà fare. Lo sapeva che un giorno l’avrebbero chiuso. Lo aveva previsto. Ma non l’aveva mai immaginato così. Silenzioso. Senza urla. Senza lacrime. Solo una porta che si richiude.

Caffè Fiorio: un’epopea senza finale

C’è un detto popolare a Torino: ‘Chi beve al Fiorio, non torna mai indietro’. Non significa che non si torna fisicamente. Significa che una volta entrati, non si esce più com’era all’inizio. Oggi nessuno sa se domani quel posto esista ancora. Forse sì. Forse no. Forse sarà un museo. Forse un hotel. Forse un capanno per cani. La verità è che nessuno, neanche i giudici, sa decidere cosa si debba fare di un luogo che non è più solo un caffè, ma un nodo nella stoffa della città.

La notizia ha fatto il giro del mondo in quarantasei ore. Su Twitter, il hashtag #SalviamoFiorio ha totalizzato 87.000 post. Su Facebook, un gruppo di ex studenti dell’Università ha pubblicato una raccolta di ricordi che supera le mille pagine. Ma nessuno sa se servirà. La sentenza è chiusa. Lo sfratto parte il prossimo mese. E il caffè, ormai, non sa più se servirà un giorno ancora.

Forse, tra anni, qualcuno tornerà su quella piazza e dirà: ‘Qui c’era un caffè’. E qualcun altro gli risponderà: ‘Sì. E non lo dimenticheremo mai’. Ma per ora, non c’è niente da dire. Solo aspettare. E sperare che la storia non finisca così, tra un bilancio e una concessione.

Spunto di cronaca: Dissapore

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