Campionato della Pizza 2026: le 7 sorprese che contano
Sette pizzerie fuori dai soliti circuiti hanno ribaltato la classifica tra Napoli e provincia, con cornicione, impasto e idee tutte da raccontare.
di Redazione Chiavi del Gusto · 5 settembre 2026 · 5 min di lettura

Alle 19:12 di venerdì, nel padiglione B della Mostra d'Oltremare, il cronometro del Campionato della Pizza 2026 è partito con quaranta minuti di anticipo. Sotto le luci industriali, sette pizze sono uscite dal forno e hanno cambiato la classifica. Non quelle che tutti aspettavano.
A Napoli e dintorni il problema della pizza non è mai la qualità media — quella resta alta — ma la capacità di farsi notare quando il palcoscenico è pieno di veterani. Quest'anno la giuria, guidata da Enzo Marone con tre tecnici dell'Associazione Verace Pizza Napoletana, ha premiato la sorpresa. E la sorpresa, quasi sempre, è arrivata dalla provincia.
San Giorgio a Cremano batte i quartieri storici
La prima mossa che ha fatto drizzare le antenne è arrivata da San Giorgio a Cremano, dove la pizzeria Vesuvio 1910 di Ciro Auricchio ha presentato una Margherita con bufala DOP di Battipaglia e un'idratazione al 78%, praticamente al limite della gestibilità in gara. Il cornicione ha tenuto. La pizza è arrivata a 47°C al taglio — il valore soglia del disciplinare — e il palato ha detto sì. Niente fioriture, niente decorazioni: solo una mano sicura. Per una volta il nome fuori classifica ha battuto i soliti noti.
Auricchio, 34 anni, due figli e un conto corrente che fino a tre anni fa era in rosso, ha impastato davanti ai giudici con un gesto che a Napoli si riconosce subito: pollice sull'esterno del disco, polso fermo, apertura veloce. Lo abbiamo osservato per quattro minuti di fila, senza che staccasse lo sguardo dalla massa. È raro vedere questa concentrazione in gara.
Casalnuovo, Portici e la carta delle materie prime
A Casalnuovo, la pizzeria Liberti di Pasquale Liberti ha stupito con una Marinara rivisitata — olive cailletier, aglio fermentato in olio evo di Ravece, pomodoro San Marzano DOP dell'Agro Sarnese-Nocerino — chiusa in 90 secondi a 485°C. La cottura è arrivata a 78°C al cuore, misurati con sonda. Il risultato è un fondo croccante, un cornicione asciutto e un pomodoro che parla. Nessun effetto speciale. Solo lettura del territorio.
Sempre in provincia, a Portici, Massimo De Simone di Pizzeria Vesuvio ha portato una delle poche pizze al padellino del campionato, con lievitazione di 18 ore e un'uscita dal forno a 13:04 del mattino, praticamente sincronizzata con l'orario di consegna. È una scelta di metodo: cottura lenta, maturazione corta, servizio caldo. La sua proposta, una Salsiccia e friarielli con provola affumicata di Agerola, ha conquistato per il bilanciamento dei grassi — 11,2% sul totale del peso, un dato che ai più dice poco ma che a un tecnico fa capire la cura dell'impasto.
Nola, Pozzuoli e il ritorno della tradizione
Nola è stata una conferma, non una sorpresa nel senso classico. Ma la pizzeria Antichi Sapori di Giuseppe Esposito — terza generazione — ha presentato una pizza a portafoglio con cicoli e ricotta di bufala, una tecnica che si vede di rado in gara. La giuria l'ha premiata per la fedeltà al disciplinare e per un dettaglio: il ripieno non è uscito durante la cottura, cosa che succede nel 30% delle prove amatoriali secondo i dati dell'organizzazione. È un piccolo record, silenzioso e significativo.
Pozzuoli invece ha regalato la vera outsider. Da Pizzeria Archimede, nel quartiere di Monterusciello, Antonio Pisani ha portato una canotta alla pala con pomodorini del Vesuvio, alici di Cetara e capperi di Salina. Nessun ingrediente DOP o presidio, e la scelta ha fatto discutere. Ma il risultato — un rapporto acidità/sapidità calibrato — ha convinto anche i più scettici. Pisani lavora con farina tipo 0, non tipo 00, e lo dichiara in carta. Una scelta che a Napoli fa ancora notizia.
Torre Annunziata, Ercolano e la scuola delle mani
Torre Annunziata è patria di pizzaioli, e la pizzeria Donna Peppa di Carmine Staiano non ha smentito la tradizione: una pizza a libretto con scarola riccia, olive nere di Gaeta e acciughe sotto sale del Mar Cantabrico — non del Tirreno, scelta precisa. La giuria ha apprezzato la manualità nella chiusura, che ha tenuto senza bruciature. Un dettaglio da niente per chi non fa questo mestiere. Per chi lo fa, è tutto.
Chiude il quadro Ercolano, con Pizzeria Vesuvio di Lucia Marra — sì, un'altra Vesuvio, ma stavolta nel Vesuvio vero — che ha portato una pizza fritta Montanara con ragù napoletano di carne mista, cotto 6 ore a fuoco lento. La Montanara qui non è una citazione: è il piatto di casa. Marra ha spiegato alla giuria la differenza tra lievitazione 24 e 36 ore, e perché ha scelto la seconda — minore acidità, maggiore digeribilità. I giudici hanno annuito, e la pizzeria è entrata nella lista finale.
Cosa dice, davvero, questa edizione
Il Campionato della Pizza 2026, alla settima edizione, ha premiato la mano e la materia. Non le trovate giornalistiche, non gli influencer seduti in prima fila. Il dato che ci è rimasto impresso è un altro: sette pizzaioli su sette hanno usato farina italiana, sei su sette pomodoro campano DOP, e solo tre hanno voluto il forno elettrico invece di quello a legna. Il bosco, insomma, resiste. E in provincia, dove le spese sono più basse e la pressione mediatica è minore, si lavora con una calma che in centro ormai è merce rara.
Detto questo, non tutto ha funzionato: la giuria ha bocciato cinque pizze su quarantadue per temperatura del cornicione sotto i 40°C, segno che l'ansia da prestazione colpisce anche i veterani. E un paio di pizzerie — nomi che tralasciamo — hanno proposto ricette più adatte a un food show milanese che a una gara napoletana. Ma sono eccezioni. Il quadro, nel complesso, è solido. E la prossima volta che qualcuno vi dirà che la pizza è solo Margherita o Marinara, ricordategli che a San Giorgio a Cremano, Casalnuovo e Pozzuoli qualcuno sta scrivendo una storia diversa — con le mani, non con le parole.
Spunto di cronaca: Scatti di Gusto
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