Caro-vita, piazze in rivolta: ha senso parlare ancora di cibo?
Mentre le strade chiedono il pane, la domanda resta aperta: si può continuare a raccontare brioches, chef e alta cucina?
di Giulia Ferrero · 26 ottobre 2026 · 3 min di lettura

Se studi fuori sede, fare la spesa al Lidl è diventato un momento in cui trattieni il respiro. Caro-vita, caro-affitti, caro-benzina. Caro-tutto.
Fuori, intanto, il mondo si ribella. I giovani scendono in piazza e rivendicano il diritto a una vita dignitosa. La fascia di chi fatica ad arrivare a fine mese si allarga e si riversa nelle strade, con una rabbia verso il sistema che si capisce. Il governo risponde con la repressione, o almeno con lo spavento: polizia in tenuta antisommossa nelle strade. Ma una Rivoluzione Francese non la fermi con uno scudo di policarbonato trasparente.
Il pane, le brioches e chi le racconta
Da qui parte la domanda per chi scrive di cibo: ha senso parlare di brioches mentre il popolo chiede il pane? C'è una categoria di persone — e chi scrive ne fa parte — per cui la risposta è sì, deve continuare a essere sì. Non per vocazione, per mestiere: scrivere di cibo è quello che ti dà da vivere, quello che ti permette di affrontare il caro-vita, il caro-affitti, il caro-benzina. Vale per noi come per molte delle persone che lavorano nella ristorazione e provano a portare a casa lo stipendio.
C'è però un motivo che va oltre la busta paga. Il cibo può essere il frutto di un cambiamento reale: lo ha insegnato Carlin Petrini, pace all'anima sua. Può diventare strumento di protesta, perfino di rivoluzione, se lo usi nel modo giusto.
Da che parte stare
La scelta è tra due schieramenti. Da una parte chi si lamenta a prescindere dell'immoralità dei prezzi dell'alta cucina. Dall'altra chi studia e guarda cosa c'è dietro quei prezzi e, anche quando non può pagarli, riconosce in quelle persone, in quegli chef, in quelle cucine un veicolo di racconto e di informazione. Anche su temi che contano: sostenibilità, vegetale, scarsità di materie prime, retromarcia rispetto a un mondo che ha corso verso il consumismo cieco.
Ora, forse, è il momento di mettere nel piatto qualche messaggio in più verso chi non ce la fa, verso i rivoluzionari dei nostri tempi. Questo non cancella quanto di buono è stato raccontato, e continua a esserlo.
Il cibo è il problema, non solo il racconto
E poi c'è il rovescio della medaglia: il cibo è parte integrante del problema. Anzi, spesso è IL problema. È il motivo per cui si scende in piazza, quando non c'è. Quando hai la sensazione che gli altri mangino le brioches mentre a noi manca perfino il pane. Oggi la situazione è esattamente questa.
La spesa in un supermercato qualsiasi è diventata, di settimana in settimana, insostenibile, pesante, gravosa. Fino a trasformarsi in un lusso. E oltre all'aumento della fascia di popolazione che ha bisogno di aiuto, si rischia di perdere il grande lavoro fatto per educare le persone a mangiare meglio, più sano e più sostenibile.
Con una famiglia sulle spalle e pochi euro per mantenerla, i bambini mangeranno più facilmente cibi ultraprocessati che verdure. I fast food si sfregano le mani: con i loro menu completi a 9 euro e 90 sono pieni di nuovi poveri, nel corto circuito finale di un capitalismo che si prende beffa di chi prova a combatterlo.
Alla fine tutto si riduce a questo: il cibo non è soltanto mangiare. È cultura, è messaggio, è potenzialmente motore di cambiamento. Ed è forse per questo che, nonostante fuori ci sia la Rivoluzione Francese, chi scrive sente il bisogno di continuare a fare quello che fa. Anche se può sembrare futile, menefreghista, superficiale.
Come si parla di chef, di alta cucina, di microporzioni di materie prime costosissime mentre fuori c'è la guerriglia? Si parla, magari in modo diverso. Con più attenzione, più sensibilità, più selezione dei messaggi da trasmettere. Ma non si smette.
Nei periodi più bui della storia non si è smesso di fare letteratura, di immaginare e creare arte, di studiare e mettere in scena spettacoli. Si è cambiata direzione, puntando la barra su quello che era importante raccontare. È quello che si proverà a fare, nel proprio piccolo.
Spunto di cronaca: Dissapore
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