Il 97% dell'industria alimentare ammette sfruttamento in filiera
Un rapporto BSI e CIPS rivela violazioni diffuse e il divario tra dichiarazioni dei vertici e realtà sui fornitori.
di Giulia Ferrero · 25 ottobre 2026 · 5 min di lettura

Ogni giorno riempiamo carrelli e dispense senza chiederci il prezzo umano dietro un barattolo o un vassoio. Il rapporto pubblicato dalla British Standards Institution insieme al Chartered Institute of Procurement & Supply lo scrive nero su bianco: il 97 per cento delle aziende di cibo e bevande ha identificato casi di sfruttamento e gravi violazioni dei diritti del lavoro nelle proprie catene di fornitura nell'ultimo anno. È la percentuale più alta registrata tra tutti i settori economici analizzati. A livello globale e multisettoriale la cifra rimane impressionante, il 96 per cento delle organizzazioni intervistate conferma abusi lungo la filiera. Dietro l'apparente efficienza della logistica globale si muovono oltre cinquanta milioni di persone in condizioni di moderna schiavitù, stima il documento, e un'ampia porzione di questa piaga è legata al lavoro forzato nelle catene di approvvigionamento internazionali.
Manny arriva dal Pakistan con un visto per lavoratori qualificati, concordato per un impiego come responsabile della ristorazione. All'arrivo nel Regno Unito il datore di lavoro gli chiede un pagamento di 20.000 sterline per le spese del visto, minacciando di farlo deportare immediatamente se non salda la cifra. Per mantenere il posto Manny contrae un debito soffocante, finendo costretto a lavare piatti e pulire per oltre 75 ore a settimana, senza pause, recluso nella struttura e privato del proprio passaporto. Non è un caso isolato, è la dinamica standard di un sistema che trasforma il visto in un'arma di ricatto e il debito in catena.
Una dinamica simile travolge Peter, un altro lavoratore della ristorazione arrivato con un visto lavorativo e subito gravato da un debito inventato di 5.000 sterline, trattenuto direttamente dallo stipendio dal suo datore di lavoro. Quando Peter finisce di ripagare quella somma attraverso lavoro gratuito, il debito viene arbitrariamente aumentato di altre 10.000 sterline sotto la minaccia di revoca del visto. Storie umane segnate da inganni e privazioni che il rapporto porta alla luce per dimostrare che dietro i numeri astratti ci sono corpi, turni massacranti, documenti sequestrati e paura.
Il divario tra board e fornitori
I dati evidenziano un profondo e pericoloso scarto tra la fiducia esibita dai vertici aziendali e l'effettiva capacità di monitoraggio sul campo. Se l'80 per cento dei leader ritiene di possedere prove sufficienti per dimostrare che nelle proprie catene non esistano pratiche di moderna schiavitù, soltanto il 22 per cento delle aziende del settore alimentare dichiara di avere una contezza completa sui fornitori terzi. Scendendo più a fondo nei livelli della filiera questi numeri crollano ulteriormente: appena il 18 per cento delle imprese possiede una conoscenza approfondita dei fornitori di terzo livello e oltre. Non solo: quasi due aziende alimentari su cinque, pari al 39 per cento, non richiedono contrattualmente ai propri fornitori diretti di dichiarare i propri subfornitori, limitando drammaticamente la possibilità di individuare gli episodi di sfruttamento. Anche sul fronte delle segnalazioni interne la situazione appare critica, con solo il 36 per cento delle imprese in grado di dimostrare l'impatto reale dei propri meccanismi di whistleblowing. Harold Pradal, Presidente degli Assurance Services presso BSI, lo sintetizza: le organizzazioni cercano in modo proattivo i rischi e ne trovano, la sfida consiste nell'essere in grado di dimostrare l'impatto e mostrare che questi interventi stanno migliorando i risultati per i lavoratori. Affrontare il rischio significa promuovere un cambiamento significativo, andando oltre gli approcci guidati dalla conformità per concentrarsi sulla misurazione dei risultati, sul rafforzamento della visibilità dei fornitori e sulla costruzione di una maggiore trasparenza e fiducia.
La risposta all'infrazione: tagliare o restare
Di fronte a un'infrazione accertata, oltre la metà delle aziende intervistate, il 54 per cento, sceglie di non risolvere immediatamente il contratto con il fornitore, preferendo documentare gli abusi e collaborare per rimediare al problema. Al contrario, il 31 per cento opta per l'interruzione immediata del rapporto commerciale, mentre l'11 per cento ammette una risposta limitata. Justine Carter, Vice Amministratore Delegato di Unseen, riflette sulle conseguenze: quando scopriamo lo sfruttamento il primo istinto è agire rapidamente, ma interrompere una relazione non è sempre la risposta più forte o più responsabile. Allontanarsi subito può significare perdere l'opportunità di guidare il cambiamento, spingere lo sfruttamento ancora più lontano dalla vista e, soprattutto, lasciare i lavoratori vulnerabili in una posizione ancora più difficile. Per Carter la risposta corretta deve sempre iniziare dalle persone coinvolte: proteggere i lavoratori, ascoltare attentamente, capire cosa ha permesso al danno di verificarsi e lavorare con i fornitori per rimediare, verificando che il cambiamento sia reale e duraturo ed essendo pronti ad aggravare le misure quando non lo è. Bisogna anche affrontare l'elefante nella stanza senza ipocrisie: in che modo le nostre decisioni commerciali potrebbero aver contribuito? La pressione sui prezzi, le tempistiche irrealistiche e il modo in cui sono strutturati i contratti possono ripercuotersi lungo tutta la catena e creare le condizioni in cui lo sfruttamento attecchisce. L'approvvigionamento responsabile riguarda quindi anche l'assunzione di responsabilità da parte dei compratori.
Visibilità come strumento, non archivio
Per superare la frammentazione che caratterizza le filiere moderne, le organizzazioni devono smettere di considerare la trasparenza come una semplice raccolta di dati e iniziare a utilizzarla come uno strumento attivo di intervento. Maxfield Weiss, Responsabile Globale della Sostenibilità presso CIPS, è molto chiaro: la visibilità non deve diventare un esercizio di raccolta dati fine a se stesso. L'approvvigionamento deve sapere dove si annidano i rischi maggiori per le persone e usare tale consapevolezza per guardare più a fondo nelle catene del valore rilevanti. È fondamentale creare le condizioni per la trasparenza: se i fornitori credono che identificare o rivelare un problema porterà automaticamente a una punizione, rischiamo di incentivare l'occultamento piuttosto che l'apertura. L'obiettivo è una visibilità che permetta l'intervento. Sradicare la schiavitù moderna dall'industria alimentare è una sfida fondamentale che richiede un cambio di paradigma radicale: le aziende non possono più accontentarsi di un'apparente conformità legale o di audit superficiali, la vera responsabilità commerciale si misura nella capacità di proteggere concretamente i lavoratori vulnerabili, garantendo che il cibo che arriva sulle nostre tavole non sia mai il frutto di coercizione, debito e sofferenza umana.
Spunto di cronaca: Dissapore
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