Casa Caputo: mare e tradizione a Marina del Cantone
Un bistrot di mare che ride del tempo e della sua stessa leggenda.
di Elena Marchetti · 13 settembre 2026 · 4 min di lettura

Sotto il tetto a strati di Casa Caputo, un quadro di Matteo Renzullo — quadro che un tempo era un lenzuolo di lenzuola bianca prima di diventare tela — sorreggia le sponde dell’Argentario. Fuori, la sabbia di Marina del Cantone si stende come un nastro candido tra le acque turchesi del Tirreno. Io ho sedotto il primo taglio di un’acciugaCesare a la vicina, sùbito. Il primo morso. La salsedine esplode come un boato d’estate: l’acciuga non è mai stata così viva. E quel profumo di limone non è uno spruzzo fatto a caso: l’ha sparsa la stessa mano di Gennaro Caputo, ormai tre generazioni.
Storia che galleggia
Nel 1953, Gennaro Caputo, con una rete in spalla e un fucile appeso al cinturone, iniziò a servo con le stesse acciughe che oggi trovi appese al gong per il fritto misto. La sua nonna, Vincenza, faceva i frittelle con l’agresto selvatico. Oggi, quelle stesse frittelle — chiamate “scialatielle” da tutti, anche dai vigile che le controlla ogni estivo — le sbatte su un tavolo di marmo levigato e le versa in un fondo di olio d’oliva profumato a erbe dimenticate. Il prezzo? Seianta euro a testa, eppure non si capita mai.
La sera, quando il tramonto tinge l’Acquabona di un rosso acceso, Casa Caputo si sistema in tre gruppi: i pescatori che già hanno finito il loro posto a sedere, gli amici che arrivano in macchina e i turisti che credono di essere a Roma, non a dodici chilometri da Nettuno. Il ristorante non ha segnaletica. L’unico cartello è un’impronta di gesso sul muro: “Cucinato con le mani che hanno toccato il mare”. Una volta, un giornalista l’ha rubata. Ora è appesa al cancello, più grande del solito, come se il muro avesse ingrandito la sua voce.
Pesce che parla
Ordiniamo una spigola intera, chiamata “Riccia”, dopo la nonna della terza moglie di Gennaro. Le macchie bianche sul suo petto non sono macchie: sono polvere di mare, dice il cuoco. Viene portata da fuori con ancora la luce del sole appiccicata alle squame. La pelle si stacca al primo coltelaccio. La carne è soda, come se avesse lottato con le onde tutta la notte. Il prezzo della spigola? Quarantacinque euro. Non c’è menu, non ci sono prenotazioni. Si paga quello che si mangia, e se non c’è niente, si va a casa a fame.
Il fritto misto è un’altro linguaggio. Gamberi rosa fucsia, calamari teneri, e un pezzo di merluzzo così grosso che sembra un branzino. Lo si spacca con le dita e dentro c’è il sangue, ancora caldo. “Questo non è cibo da turista”, dice Marco, il più giovane dei Caputo, mentre aggiunge un filo di limone. Un limone che non è mai freddo, anche se il ghiaccio è appeso al bancone da anni, eppure non si è mai spento.
Il prezzo dell’onestà
Seianta euro a persona. Non è poco. Ma qui non si paga per l’atmosfera, si paga per la verità. Per il pesce che ha nuocado la rete ieri mattina, per l’olio che non è mai stato raffinato, per la nonna che ancora controlla l’aggiustamento del fuoco. Una volta, un cliente ha litigato per un piatto troppo piccolo. Gennaro gli ha risposto: “Signore, io non vendo pesce. Vendo il mare che quest’uomo ha pescato.” Il cliente ha pagato. E non si è più sentito.
Ogni venerdì sera, Casa Caputo ospita “La Notte delle Voci”. Una chitarra, un mandolino, e a volte un’arpa rubata a un museo a Pozzuoli. I clienti cantano canzoni di mare, quelle vere, non quelle di Sanremo. La strofa più dolce è cantata da una signora di ottant’anni che non parla più, ma la sua voce si spegne come una candela: “Bella la vita, bella la notte, e il mare ci chiama sempre.” Il silenzio dopo è pesante. Nessuno applaude. Non serve.
Cucina che non chiede scusa
Niente riserva. Niente menù. Niente prenotazioni. Solo un foglio appuntato al muro con i nomi dei pesci disponibili. “Gianni” è un orata da due chili. “Pierina” è una totaniera intera. Non ci sono descrizioni. Non ci sono aggiustamenti. Cucinare con le mani, non con le parole. Una volta, un fotografo di moda ha chiesto di fotografare le insalate. Gennaro gli ha detto: “Fotografa il mare. Io cucino con la mia lacrima, e la mia lacrima non si vede.”
I bicchieri non sono mai pieni. Il vino è messo nel fondo del caraffa, come se qualcuno potesse ancora servirlo dopo l’ultimo sorso. L’acqua arriva in bottiglia di vetro, non in plastica. Il sale è raccolto a Civitavecchia, in un secchio che ormai è diventato un simo.” “Lo usiamo perché non è mai spento”, dice Marco. “Se muore, muore con noi.”
Fuori, la luna sale. I russi, gli tedeschi, i francesi se ne vanno con la loro macchina piena di bottiglie vuote e un cuore pieno di storie che non torneranno mai. Ma Casa Caputo resta, con le sue mani nude, la sua rete logora, e il mare che non si ferma mai. Domani mattina, alle 5:30, Gennaro sarà di nuovo in mare. E se tornerai, forse, ti servirà una spigola. O forse ti dirà di no.
Spunto di cronaca: Scatti di Gusto
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