Clima, la filiera alimentare rischia il collasso: cibo introvabile

Siccità, caldo e parassiti stringono la catena del cibo: prezzi su, scaffali vuoti.

di Alessandro Ratti · 1 novembre 2026 · 4 min di lettura

Scaffale di un supermercato quasi vuoto, con poche verdure appassite e luce fredda dall'alto

L'estate che abbiamo appena passato è stata la più fresca di tutte quelle che verranno. Ora che l'inverno è alle porte, il caldo record sembra già un ricordo vago. Ed è proprio questo il punto: quando cambia il meteo, ci dimentichiamo del clima.

C'è però un sistema che non dimentica, tiene traccia e prima o poi presenta il conto. Non è una persona né un'istituzione: è la filiera alimentare, globale e interconnessa, lunga o corta che sia. Ne abbiamo parlato di recente: uno dei motivi del carovita, che colpisce i beni alimentari più degli altri, è la catastrofe climatica in corso. Gli altri motivi, dalla crisi energetica alle guerre, restano legati al riscaldamento globale, causa e conseguenza insieme.

Un numero aiuta a capire la scala. Nel 2023 le persone in insicurezza alimentare sono state 123,7 milioni in più rispetto alla media dei trent'anni tra il 1981 e il 2010. La causa: ondate di calore e periodi di siccità.

Il sito Wicked Leeks ha pubblicato le dichiarazioni di una fonte anonima che lavora nel settore alimentare da più di vent'anni, in posizioni senior. Il discorso non è ottimista. Secondo questa fonte, l'opinione pubblica ignora il rischio di un collasso totale della catena di approvvigionamento legato ai cambiamenti climatici. I dirigenti del settore si rifiutano di affrontare la situazione e il governo non è trasparente. I consumatori non hanno motivo di mettere in discussione lo status quo, perché finora non si sono mai visti privare del cibo di cui hanno bisogno. Se un raccolto di grano va male, si compra dal Nord America e dal Canada: male che vada il pane costerà un po' di più. Ma se anche quei Paesi si trovassero ad affrontare lo stesso problema, e con i cambiamenti climatici accadrà, saremmo tutti bloccati, senza alternative. Il pane non sarebbe più caro: semplicemente non sarebbe più disponibile. E il discorso vale solo per il grano. Cosa succederebbe se la stessa cosa iniziasse ad accadere a tutti i tipi di colture, in tutto il mondo, contemporaneamente? La fonte assicura che non è una prospettiva lontana: accadrà in un futuro non troppo distante, e accadrà all'improvviso.

Raccolti sotto stress, parassiti in crescita

Food navigator ha provato a mettere insieme i modi in cui il riscaldamento globale colpisce la filiera, e ne esce un quadro impressionante. C'è innanzitutto l'impatto diretto sui raccolti, per calore sopra la media e siccità. È il motivo per cui alcune colture si spostano verso nord, ma mentre il sistema si adatta, e non potrà farlo al 100%, si perdono pezzi. Colture fondamentali come cacao, tè e caffè sono in crisi, se non a rischio estinzione. I danni diretti all'agricoltura sono stati indicati in un rapporto FAO del 2023: doveva essere l'allarme per far cambiare le cose, e invece.

C'è poi un impatto indiretto: il caldo fa proliferare più del solito parassiti e infestanti, batteri, funghi patogeni e insetti, che quest'anno hanno attaccato le coltivazioni italiane. E non c'è solo il caldo. Negli ultimi anni la catastrofe climatica ha aumentato i cosiddetti eventi estremi, tifoni e bombe d'acqua, e in generale le condizioni meteorologiche sono meno stabili e meno prevedibili. Per l'agricoltura è un problema anche questo: autunni troppo umidi o grandinate estive.

Non sono solo le piante a subire danni diretti dal caldo. Anche gli animali soffrono, proprio come noi, e a volte muoiono. Le conseguenze ricadono su beni centrali della nostra alimentazione come latte e uova: mucche e galline ne produrranno in minore quantità e di peggiore qualità. Ci sono poi casi più specifici e più acuti, come quello delle ostriche giapponesi, quest'anno vittime di una vera strage.

Binari deformati, navi a secco

Passando alle fasi successive della filiera, il riscaldamento globale colpisce i trasporti. Per esempio quelli in treno, che coprono quasi il 10% del traffico mondiale di cibo: le ondate di calore danneggiano i binari, moltiplicando guasti e interventi di manutenzione. Ma soprattutto i trasporti su imbarcazione, quasi il 60% del totale tra mari e fiumi. Il canale di Panama va in difficoltà quando il livello dell'acqua è troppo basso, e questo può diventare un collo di bottiglia preoccupante per gli spostamenti di merci a livello globale. Nel suo piccolo, quest'estate anche il Reno è andato in sofferenza, toccando i minimi storici: per la Germania il trasporto di grano e altri beni alimentari è stato un problema.

Freddo, dispense e sprechi

Veniamo allo stoccaggio. Una minaccia ovvia del caldo riguarda la catena del freddo e lo stoccaggio refrigerato: più alta è la temperatura esterna, più si moltiplicano i rischi che qualcosa vada storto. E più energia serve per mantenere le stesse temperature, cosa che a sua volta aumenta i rischi di guasti ai macchinari e si ripercuote sulla crisi energetica. Una spirale, l'abbiamo detto.

Infine la vendita, e quel pezzo di filiera che viene dopo: il consumo. Che i prezzi aumentino lo abbiamo ripetuto. Ma le ondate di calore hanno un impatto anche su come e quanto i cibi vengono conservati in casa, facendo proliferare batteri e muffe, che approfittano anche della maggiore umidità. Il riscaldamento globale fa così crescere quella che è già una piaga del nostro tempo: lo spreco alimentare.

Spunto di cronaca: Dissapore

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