Flemish Red Ale, la prima IGP belga della birra
Le storiche birre ambrate e acide delle Fiandre Occidentali entrano nei registri europei: dove si producono, come si fanno, quali bottiglie cercare.
di Elena Marchetti · 22 ottobre 2026 · 3 min di lettura

Di solito un'iscrizione nei registri delle Indicazioni Geografiche Protette non interessa granché ai consumatori. Le Flemish Red Ale però non sono un prodotto qualunque: la loro nuova IGP è la prima assegnata a una birra belga, e arriva in queste ore. Sono birre ambrate e acide delle Fiandre Occidentali, con un'identità che lo storico e scrittore birrario Michael Jackson ha riassunto in una formula diventata celebre: «il Borgogna del Belgio».
Sul piano del gusto, la parentela più stretta è con le Oud Bruin. Le Indicazioni Geografiche dedicate alla birra restano comunque poche: sette sono tedesche, quattro della Repubblica Ceca, e quella belga è la prima. Un altro stile acido, la Gueuze, è tutelato invece come STG, un'indicazione legata al metodo produttivo e non al territorio.
Dove si può produrre
La nuova tutela fissa un perimetro preciso. Produzione, maturazione in legno e blend si possono fare solo in un'area ristretta della provincia delle Fiandre Occidentali: gli arrondissement di Roeselare, Tielt e Kortrijk, più i comuni di Kortemark e Ichtegem. A chiedere il riconoscimento è stata l'associazione di produttori HORARB (Hoge Raad voor het Authentiek Vlaams Roodbruin bier), tra i cui membri c'è Rodenbach, sinonimo dello stile.
La ricetta è codificata. Il malto d'orzo deve essere almeno il 60% della composizione. Il resto può comprendere zuccheri fermentescibili, cereali crudi come mais, frumento, spelta o segale, e altri malti. Il luppolo si usa con parsimonia: l'amaro deve restare sotto i 15 EBU, per non coprire l'acidità che definisce lo stile.
Lieviti selvaggi e tini di rovere
Il cuore della Flemish Red è la fermentazione mista. Lieviti da alta fermentazione, i Saccharomyces, e ceppi selvaggi, i Brettanomyces, lavorano insieme a batteri lattici e acetici. Poi c'è la maturazione lunga, da diversi mesi fino a due anni, dentro grandi tini di rovere, i foeder: qui la microflora del legno interagisce con la birra e costruisce un profilo acido profondo e complesso.
Il risultato finale nasce da un blend. Birre mature e acide vengono bilanciate con lotti più giovani, che possono arrivare fino al 75% del totale.
Nel bicchiere lo stile si riconosce anche da chi ha poca esperienza: colore rossastro-marrone con riflessi rubino, e un profilo aromatico dominato da un'acidità fruttata intensa ed elegante, che il passaggio in botte rende più ricca. Le variabili dipendono dalla maturità: la freschezza dell'acido lattico e le sfumature balsamiche dell'acido acetico si integrano con la dolcezza dei malti caramellati.
Bottiglie da cercare, e una che non c'è più
Per farsi un'idea dei classici si parte da Rodenbach, magari nelle versioni Grand Cru o Vintage, maturate almeno due anni in botte. C'è poi la Cuvée Des Jacobins della Brasserie Vanderghinste. Tra gli esempi più recenti c'è la XII di SOSAB, Science Of Sour Ale Brewing, birrificio fondato nel 2016 proprio nelle Fiandre.
In Italia lo stile è arrivato presto. La Barriquée Sour di Panil e la Lale del birrificio Loverbeer, con aggiunta di ciliegie, hanno tracciato la strada. Oggi sono fuori mercato, come i birrifici che le hanno prodotte. Restano assaggi possibili: la Flemish Red della barricaia del Birrificio Menaresta, ottimo produttore di Carate Brianza, la St. Julienbach del Birrificio Clandestino, riferimento livornese, e la Abruxensis Flemish di Opperbacco. La Scires di Birrificio Italiano è, letteralmente, una variazione sullo stile. Nessuna di queste può fregiarsi della menzione IGP, perché è prodotta in Italia.
Nel Novecento la Flemish Red ha rischiato di sparire, travolta dalle guerre mondiali e dall'affermazione delle lager commerciali. Il riconoscimento arriva adesso. La domanda che resta aperta riguarda il pubblico: quanti appassionati avranno voglia di (ri)scoprirla?
Spunto di cronaca: Dissapore
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