Gelato per l'inclusione: la battaglia di Capo Milazzo

Un progetto sociale gestito da persone scomparse sperimenta la forza del dolce per riportare vita al centro abitato.

di Marco De Luca · 12 settembre 2026 · 4 min di lettura

Gelato per l'inclusione: la battaglia di Capo Milazzo

Sono le 17:30 di una sera d’agosto quando salgo su un ciglio di Capo Milazzo e incrocio un ragazzo di vent’anni con una ciotola di gelato al pistacchio in mano. Lo offre al mio gatto randagio, ormai amico di passaggio. Sorridendo dice: ‘Mangia pure, è fatto col ghiaccio del fiume’. È la prima volta che sento parlare di un progetto nato due anni fa, prima ancora che la polizia locale potesse sgomberare il centro sociale occupato in fondo al porto. Oggi, quella stessa location ospita un laboratorio di gelateria guidato da persone coinvolte in percorsi di reinserimento. Il gelato non è più solo un dessert: qui è un’arma strategica.

Dove il ghiaccio porta lavoro

Il primo chiacchiera con Rosa, una ex operaia tessile licenziata nel 2022, avviene mentre impila sacchi di zucchero. ‘Prima facevo la pasta pronta per i ristoranti. Ora insegno a versare la crema nelle vasche a raffreddamento’. Il progetto, dal nome provvisorio di ‘Gelato Buono’, nasce dopo una raccolta di fondi di circa 18mila euro realizzata da un’associazione locale. Ogni ciotola venduta allunga la lista dei volontari: oggi sono ventotto, con età compresa tra i 19 e i 54 anni. Il prezzo? Due euro e mezzo per una coppetta da 120 grammi.

La sera, davanti al porto, i raggi di luna si riflettono sul mare come se volessero fermarsi a gustare un gelato alla fragranza di frutti di stagione. È lì che trovo Marco, ex marinaio smarrito tra la dropping out e i debiti. ‘Non sapevo leggere le ricette. Ora le riscrivo io’. La bohème è diventata routine: mattina si sistemano gli stampi, pomeriggio versano la crema, sera puliscono le macchine. Il governo regionale ha stanziato 50mila euro per ampliare l’attività a favore di cooperative sociali. Ma i fondi arriveranno a marzo. Intanto i privati pagano le fatture.

La sfida del ghiaccio

Nel magazzino, un cartello appuntato a mano dice: ‘Chiuso per insolvenza’. È un monito. Il mese scorso, il fornitore di zucchero ha chiesto il pagamento anticipato. ‘Siamo stati costretti a vendere i sacchi uno per uno’ ammette Rosa. ‘Se non arrivano subito i soldi, chiudiamo’. Il gelato buono costa caro da fare: la crema base richiede 1,2kg di latte vaccino a 1,80€ l’unità, olio di cocco a 9€ al litro e un congelatore industriale che consuma 3,5kW. Ogni giorno servono 150 coppe.

I numeri non mentono. Nel 2023 hanno prodotto 42mila coppette: 18mila vendute al pubblico, 24mila donated a rifugi, scuole e feste di quartiere. Il fatturato lordo? 75mila euro. Il margine netto? 12mila. La differenza va ai fornitori. ‘Non possiamo vivere di donazioni’ dice Marco. ‘Vogliamo essere sostenibili’. Così hanno aperto una piccola bottega in centro paese, con tre consigli da poltrona, e un menu fissato su un lavagnolo di legno.

Chiudere o reinventarsi

La notizia di un eventuale stop ha scosso il paese. La sindaca, Gabriella Ferri, ha convocato un incontro il 14 settembre. ‘Non possiamo permettere che chi fa lavoro sociale vada in crisi’ ha detto. Accanto a lei, il gelataio d’eccellenza di Milano, Luca Rinaldi, ha proposto di trasformare il laboratorio in una vera azienda. ‘Io ci insegno la tecnica. Voi portate il cuore’ ha detto. Ma alcuni residenti hanno espresso perplessità: ‘Preferirei che i soldi vadano ai disoccupati veri, non a progetti di moda’.

Tra le bancarelle fai da te, un cartello dice: ‘Gelato e futuro’. I raggi della sera tingono le nuvole di rosa. Trovo Loredana, ex sbircitrice, seduta su una panchina di legno. ‘Non sapevo cosa fosse la stabilità’ dice. ‘Ora so che si chiama gelato’. I suoi occhi si accendono. ‘Voglio aprire un bar a Messina’. È lì che capisco: non stiamo parlando di dolce. Stiamo parlando di dignità.

La sfida non è solo economica. È sociale. Ogni ciotola venduta è un passo verso un reddito. Ogni persona coinvolta è una storia riscritta. ‘Vogliamo essere come il gelato: duri fuori, morbidi dentro’ ride Rosa. È un obiettivo ambizioso. Eppure, in un paese che ha perso la metà dei giovani negli ultimi dieci anni, ogni piccolo gesto conta. Anche se serve un ghiaccio che non si scioglie mai.

Verso una nuova consistenza

La prossima settimana, il gruppo parteciperà a una fiera del gelato artigianale a Roma. «Venderemo 300 coppette» ha calcolato Marco. «Speriamo di trovare un distributore». Fuori, il mare scende a piccole onde. Una barca passa lentamente, con a bordo un uomo che stringe una bottiglia di latte. Forse è un cliente. O forse è solo un sogno che va a riposare.

Rimane un nodo irrisolto: come conciliare ideali di inclusione con la logica del mercato? «Vogliamo pagare le tasse» dice la sindaca. «Ma senza perdere l’anima». Loredana, intanto, continua a sognare il suo bar a Messina. «Magari ci metto anche un angolo per i ragazzi di Capo Milazzo». Per ora, però, il gelato buono resta un’ipotesi. E il ghiaccio, nel porto, continua a brillare.

Una barca da pesca svuotata in un porto al tramonto, con un gelato che si scioglie su un tavolo di legno scuro, circondata da riflessi dorati e rosa sull'acqua, con gabbiani in volo sopra la superficie.

Spunto di cronaca: Dissapore

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