Heston Blumenthal: «La mia creatività sta tornando»
Lo chef racconta al Telegraph il disturbo bipolare, il ricovero in Provenza e la nuova routine: «Sto bene, penso?»
di Elena Marchetti · 1 novembre 2026 · 4 min di lettura

Nove persone in salotto, e una di loro con una pistola. Heston Blumenthal riparte da lì, dalla scena che racconta al Telegraph per spiegare cosa è successo nel 2023, l'anno del crollo mentale arrivato dopo decenni passati a inseguire la perfezione in cucina. Fu la moglie, Melanie Ceysson, a prendere la decisione sofferta di farlo ricoverare contro la sua volontà. Oggi, a tre anni di distanza, lo chef torna a parlare del suo stato di salute mentale con un ottimismo prudente: «sto bene», dice, con un po' di incertezza. «Sì, sto bene, penso?».
Il racconto dell'episodio è dettagliato. «Qualcuno ha bussato alla porta e c'era un poliziotto in tenuta da combattimento con una pistola, che era salito oltre il muro», ricorda. «L'ho fatto entrare e l'ho fatto sedere sul divano. Poi è apparso un altro poliziotto, cinque vigili del fuoco, un medico con un assistente: nove persone in tutto». Il medico gli annuncia l'iniezione, lui risponde: «No, non lo farai». Lotta sul divano, poi vede l'ago e si arrende. Si sveglia in ospedale psichiatrico, tra molte porte di metallo. «È stato terribile».
Il ricovero è avvenuto in Provenza: due settimane in una struttura psichiatrica, poi altre sei in una clinica specializzata. Qui arriva la diagnosi di disturbo bipolare e la prescrizione di farmaci ad alto dosaggio. Tra le terapie, l'assunzione prolungata di litio.
Il timore di aver perso l'inventiva
Per un po' Blumenthal ha temuto di aver perso per sempre la propria spinta inventiva. Oggi la situazione gli sembra diversa: «sto molto meglio rispetto a un anno fa. A quanto pare ci vogliono da tre a otto anni per stabilizzarsi con i farmaci per il disturbo bipolare. La maggior parte delle persone che vengono ricoverate di nuovo pensa di non aver più bisogno delle medicine, quindi smette. Il mio equilibrio è cambiato, la mia voce è cambiata».
Non sono mancati i passaggi duri. «Ho passato un periodo a rimpiangere la mia ipomania», spiega. «Guardavo indietro e pensavo: "Vorrei essere di nuovo lì". Perché ero in un baratro. Un grande e profondo baratro depressivo. Ora mi sto stabilizzando. Posso guardare indietro e non soffro più come prima. E la mia creatività sta tornando».
Venti ore al giorno, una scatola di cemento
Quella creatività è nata da un'ossessione. Per oltre un decennio Blumenthal ha lavorato fino a venti ore al giorno. «Non so cosa sarebbe successo se non avessi trovato la cucina», racconta. «The Fat Duck mi ha formato più di ogni altra cosa. Facendo venti ore al giorno per dieci o dodici anni, ero iper-focalizzato. Ero chiuso in una scatola di cemento con pochissima percezione del mondo esterno. Ma mettevo tutto in discussione».
Alle spalle c'è anche il rapporto con la madre, segnato da critiche severe: «Sono cresciuto con mia madre che mi dava dell'idiota, dello stupido, dell'inutile». Un effetto negativo, dice, ma anche una spinta: «cercavo di dimostrare alle persone che non ero un idiota. Mi ha dato la motivazione». Solo dopo la scomparsa della madre, nel 2021, ha trovato un cassetto pieno di ritagli di giornale a lui dedicati. «L'ho capita meglio allora. Ho capito che mi aveva aiutato. Mi ha spinto ad andare avanti».
Sous-vide, azoto liquido e i crediti da rivendicare
Nel 2006 è arrivato il titolo di OBE. Nel frattempo le sue tecniche — la cottura sous-vide, l'azoto liquido, la patata fritta a tripla cottura — hanno ridefinito la gastronomia globale. «Mi sto riappropriando delle cose con cui ho contribuito al mondo culinario. Tutti hanno un'eredità. Ho visto così tante delle mie idee essere riprodotte o copiate. Penso che molte persone non sappiano nemmeno che venivano da me. Non sarei umano se non mi preoccupassi del fatto che voglio mi vengano riconosciuti i crediti».
Nel percorso di guarigione un ruolo determinante l'ha avuto la moglie. «Ho una moglie che mi ha salvato la vita. Deve essere stato incredibilmente difficile per lei farmi ricoverare coattivamente. Non so se sarei stato in grado di fare la stessa cosa. Immagino il senso di colpa che deve aver provato».
Oggi Blumenthal sta riorganizzando la routine: attività fisica, perdita di peso, un rapporto più consapevole con il cibo. «Avevo dimenticato come mangiare in modo consapevole. Mi limitavo a ingurgitare cibo. Ora mangio più lentamente. Lo apprezzo. Non faccio colazione, faccio un pranzo molto leggero e non vedo l'ora di cenare». Cita un antico detto buddista secondo cui si dovrebbe masticare trenta volte: «Un tempo pensavo fosse una sciocchezza. Ma ogni volta che mastichi, la consistenza e il sapore del cibo cambiano. Se sei consapevole di come avviene questo cambiamento, apprezzi di più ogni boccone».
Il prossimo obiettivo unisce la cucina multisensoriale al benessere intestinale. «Ho creato la cucina multisensoriale e l'alimentazione multisensoriale. È stato fatto così tanto lavoro su ciò che mangiamo e su come questo influenzi le nostre emozioni. Ma anche ciò che ascoltiamo e ciò che vediamo influisce sul nostro intestino, che a sua volta influenza le nostre emozioni. Voglio collegare la parte multisensoriale con quella intestinale. È qualcosa che mi entusiasma».
Spunto di cronaca: Dissapore
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