Inflazione alimentare, il carrello della spesa pesa sempre di più
I prezzi del cibo sono saliti del 24,9% in quattro anni e la BCE prevede un +3,4% nel terzo trimestre del 2027.
di Alessandro Ratti · 24 ottobre 2026 · 4 min di lettura

Quattro cose nel carrello, cinque al massimo. Sei sceso per due uova e un'insalata, ti sei fermato un attimo in più tra gli scaffali, e alla cassa leggi trentasette euro e venti centesimi. Un euro e mezzo di qua, novanta centesimi di là: il portafoglio si svuota e tu non hai fatto la spesona della settimana. Va avanti così da anni, sempre più spesso. E vale per i più fortunati: c'è anche chi arriva al supermercato con i soldi contati, prende l'essenziale e rischia comunque di rimettere qualcosa sul nastro.
Il nome tecnico è inflazione alimentare: quanto il carovita pesa sulla spesa per il cibo. La risposta è secca: tanto. E colpisce dove fa più male.
I numeri Istat e quel quarto di aumento
Le statistiche mensili dell'Istat raccontano i prezzi che salgono, ma da sole non rendono il dramma. A settembre di quest'anno l'inflazione generale arriva al 4,2%, dal +3,3% di agosto, trainata soprattutto dai beni energetici, passati da +17,1% a +22,6%. Nel settore alimentare la dinamica tendenziale accelera, da +1,0% a +1,7%, e l'accelerazione è tutta nella componente non lavorata, da +3,8% a +5,5%. Lo stesso movimento si vede sul carrello della spesa, da +0,9% a +1,5%.
Numeri a una cifra, aumenti di centesimi, qualche euro. E allora perché il conto sembra molto più salato? Perché lo è. All'inizio di quest'anno un conteggio complessivo ha mostrato che negli ultimi quattro anni i prezzi dei beni alimentari sono saliti del 24,9%. Un quarto. Questa cifra somiglia molto di più a quello che provi davanti al registratore di cassa.
L'energia arriva prima, il cibo dopo
I settori sono separati ma collegati. L'inflazione galoppante delle materie prime e dell'energia di oggi si ripercuoterà domani sugli altri beni: energia vuol dire trasporti, trasporti vuol dire filiera. Trump fa la guerra all'Iran e il conto lo paghiamo noi. Anche la crisi climatica, che quest'estate ha toccato picchi palpabili da chiunque, scettici compresi — e gli esperti dicono che le prossime estati saranno peggio — prima o poi arriverà sul cibo.
In Europa, a settembre l'inflazione alimentare ha segnato una flessione. Attenzione: i prezzi sono sempre aumentati, solo meno che nei mesi precedenti. Il dato l'ha analizzato il blog della Banca Centrale Europea, e le conclusioni non sono rassicuranti. C'è una congiuntura favorevole: i raccolti dell'anno, buoni finora soprattutto per cereali e semi, e il calo sui mercati internazionali di alcune materie trainanti come caffè, tè, cioccolato e zucchero. Quanto durerà?
Alcuni eventi hanno un effetto ritardato. Lo shock energetico, per esempio: serve tempo perché i prezzi dell'energia arrivino su quelli dei prodotti alimentari. L'energia pesa direttamente sulla produzione del cibo, ma i maggiori costi energetici hanno anche un impatto indiretto, perché si diffondono piano piano lungo le catene di approvvigionamento e toccano trasporti, fertilizzanti, imballaggio e lavorazione. Effetti indiretti che possono richiedere diversi mesi prima di farsi sentire nei prezzi al consumo. Stessa storia per l'estate calda e secca: le ripercussioni si sentiranno dall'anno prossimo. Sommando tutto, la BCE prevede prezzi alimentari in crescita costante fino a toccare il +3,4% nel terzo trimestre del 2027.
Una tassa sulla povertà
Resta la questione dell'inflazione percepita: perché gli aumenti sembrano più pesanti di quanto siano davvero? Perché il cibo si compra coi soldi, e i soldi si guadagnano coi salari. E i salari, negli ultimi anni, non sono cresciuti in proporzione. Vale per l'Europa, si sente ancora di più in certi paesi, Italia compresa.
Poi c'è un fatto che si tende a dimenticare: un'inflazione che colpisce i beni primari come il cibo più degli altri è, in sostanza, una tassa sulla povertà. Le famiglie a basso reddito sono quelle che spendono la maggior parte delle loro entrate in beni primari. Più si impoveriscono, più la loro spesa aumenta, perché mangiare bisogna farlo comunque. Controintuitivo e semplicissimo: sta nelle prime pagine di ogni manuale di microeconomia. Solo che finora la credevamo una caratteristica dei paesi poveri. Adesso sta succedendo anche da noi.
Scaffali vuoti, vetrine rotte
Gli scaffali vuoti dei supermercati al sud, effetto delle proteste degli autotrasportatori che stanno bloccando tutto, e le vetrine rotte al nord non sono il problema. Sono il sintomo. Il sintomo di un disagio sociale che c'è e che continuerà a esserci anche quando, con le buone o con le cattive, le proteste finiranno. Il problema sono i prezzi che ci saranno scritti sopra, quando quegli scaffali torneranno a riempirsi.
Spunto di cronaca: Dissapore
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