Il Lughino a Brera: cinquanta lasagne vegetali
In via Fiori Chiari il menu cambia ogni settimana ma la sfoglia resta il centro della scena.
di Marco De Luca · 14 settembre 2026 · 5 min di lettura

Entri da via Fiori Chiari e l'odore ti prende alla gola prima ancora di toglierti il cappotto. Sedano, carota, cipolla: il classico soffritto italiano, ma qui non c'è traccia di burro né di pancetta. Vapore denso che sale dalle pentole a vista, una lavagna nera scritta a gesso bianco con la calligrafia incerta del cuoco di turno. Il Lughino sta incastonato in un cortile che profuma di gelsomino a maggio e di umido a novembre. Tavoli di legno chiaro, sedie spaiate, luce bassa. Nessuna insegna luminosa, solo un citofono consumato. Prenotare è obbligatorio, sedersi al bancone è un privilegio che si guadagna arrivando alle diciannove precise.
Il progetto nasce nel 2021 da un'idea di Luca Gatti e Giulia Veronesi, lui ex tecnico di laboratorio in una multinazionale del food, lei sommelier Fisar con la passione per l'agroecologia. Hanno rilevato una vecchia trattoria che faceva cassoeula e mondeghili, hanno buttato giù le piastrelle anni Settanta e hanno chiesto la certificazione biologica a Bioagricert prima ancora di comprare le pentole. Oggi la cucina è un open space dove si vedono sacchi di farina Petra 1 e 9, barattoli di miso autoprodotto, cassette di verdure che arrivano dall'orto di Cascina Santa Brera due volte a settimana. Nada iberico, niente avocado: la regola è chilometro zero vero, certificato, tracciabile.
La sfoglia che non c'è
La domanda sorge spontanea: come regge una lasagna senza uova? La risposta sta in un impasto di grano tenero tipo 1, acqua fredda di frigo e una percentuale minima di olio extravergine del Garda. Nessuna aquafaba, niente gomme, niente trucchi da pastificio industriale. La sfoglia viene tirata a mano con il matterello, non sfogliatrice: spessore irregolare, bordi frastagliati, quella ruvidità che trattiene il sugo come una spugna. L'abbiamo toccata con le dita, cruda: elastica, profumata di crusca. In cottura non si rompe, non si sfalda, sviluppa quella crosticina bruna ai bordi che nei miei sogni è la parte migliore. Dieci minuti a duecento gradi, forno statico, teglia di alluminio anodizzato. Il risultato è una struttura che tiene il taglio, non una poltiglia.
Cinquanta ricette codificate, quaderno a quadretti gelosamente custodito nel cassetto sotto il pass. Quattro in carta ogni sera, ruotano settimanali. Lunedì scorso c'erano: zucca mantovana, amaretti sbriciolati e fonduta di anacardi fermentati; radicchio tardivo di Treviso, noci tostate e ragù di lenticchie nere di Leonessa; carciofi spinosi sardi, menta e besciamella di soia montata a neve; la classica "rossa" con ragù di soia texturizzata, carota, sedano, concentrato di pomodoro San Marzano DOP. Prezzo fisso: quindici euro a porzione, abbondante. Il conto finale non mente: mangi bene, mangi tanto, spendi onesto.
Quattro al giorno, mai le stesse
Abbiamo assaggiato la zucca-amaretti. Dolcezza della polpa cotta al vapore, croccantezza dei biscotti che reggono l'umidità, acidità lieve della fermentazione anacardi a smorzare tutto. Equilibrio chirurgico. La radicchio-lenticchie: amaricante del tardivo, terra delle leguminose, grasso delle noci. Manca forse un puntino di sale, ma il palato ringrazia per la pulizia. La besciamella vegetale è il vero banco di prova: qui usano bevanda di soia non zuccherata, farina di riso, noce moscata grattata al momento, olio evo a filo. Monta come una crema pasticcera, velluta, senza quel retrogusto di cartone che rovina tanti tentativi veg. Il ragù "classico" convince meno: la soia texturizzata, per quanto idratata nel brodo di porcini secchi, resta fibrosa, lontana dalla masticabilità della carne. Onestà intellettuale: lo ammettono loro per primi, "non cerchiamo di imitare, cerchiamo di essere buoni".
Il bordo bruciacchiato della teglia è il tesoro. Lo gratti con il cucchiaio, croccante e salato, concentrato di Maillard vegetale. Porzioni generose: trecento grammi netti, teglia monoporzione che arriva bollente sul tagliere di legno. Nessun impiattamento da Instagram, solo sostanza. Il pane è un filone di segale integrale lievitato ventiquattr'ore, servito tiepido con olio novo della campagna romana. Non c'è grattugia per il parmigiano, ovviamente, ma un trito di mandorle tostate, lievito alimentare in scaglie e scorza di limone essiccata: lo spolveri tu, se vuoi. Funziona.
Il brodo e il resto
Il menu non finisce alla pasta al forno. Brodo di verdure arrostite (cipolla bruciata, sedano rapa, porro) servito in tazza di ceramica spessa, con gnocchetti di patate viola e cavolo nero saltato: otto euro, conforto puro. Insalata di finocchi, arance tarocco, olive taggiasche, pinoli tostati: nove euro, croccantezza e acidità. Per chiudere, torta di mele renette con crema pasticcera d'avena e gelato alla vaniglia bourbon: sette euro. La carta dei vini è corta, trenta referenze, tutte naturali, niente solfiti aggiunti, prezzi da enoteca non da ristorante: calice a sei euro, bottiglia dai ventotto. Un Lambrusco di Sorbara torbido e vivo, un Orange friulano che sa di mela cotogna, un Nero d'Avola non filtrato. Bevi bene, spendi il giusto.
Conto finale per due: due lasagne, un brodo, una torta, due calici, acqua, caffè, coperto due euro a testa. Centoundici euro. Onesto per Brera, onesto per il biologico certificato, onesto per il lavoro che c'è dietro ogni teglia. Il servizio è giovane, informale, competente: la ragazza che ci ha servito sapeva dirci esattamente quale campo aveva prodotto le carote della zucca. Nessuna fretta, nessuna pressione per liberare il tavolo. Si sta bene. L'unico neo? Il rumore. La sala è piccola, i soffitti alti, l'acustica rimbalza. Alle venti e trenta fatica a sentire chi ti sta di fronte. Portate pazienza, o andate presto.
Conto e coscienza
Fuori, Brera brulica di turisti con lo spritz in mano. Qui dentro si mangia una lasagna che sa di terra, di stagioni, di mani che impastano all'alba. Non è un posto per vegani militanti, è un posto per gente che ha fame vera. La prossima settimana la lavagna cambierà ancora: forse asparagi bianchi e mandorle, forse fave e pecorino vegetale stagionato in grotta. Cinquanta variabili, quattro certezze a sera. La sfoglia tira dritto. Noi torniamo martedì.
Spunto di cronaca: Scatti di Gusto
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