Il nuovo marchio bio italiano: serve davvero un altro bollino?

Il Masaf lancia il logo nazionale che affianca quello europeo, ma le informazioni sono le stesse già obbligatorie per legge.

di Alessandro Ratti · 25 settembre 2026 · 6 min di lettura

Due vasetti di passata bio a confronto: uno con solo il logo UE, l'altro con il doppio logo UE e tricolore italiano, su tavolo in legno in azienda agricola.

Roma, fine settembre. Sul tavolo della sala stampa del Masaf c'è una cartellina bianca. Dentro il facsimile del nuovo logo: una foglia verde su sfondo bianco, contornata dal tricolore. Sotto, la scritta "Biologico Italiano". Il ministro Francesco Lollobrigida lo presenta come un passo avanti per la trasparenza. I giornalisti annuiscono, qualcuno sfoglia il comunicato. Nessuno fa domande scomode, almeno per ora.

La notizia è questa: nasce il Marchio biologico italiano. Obbligatorio? No, facoltativo. Si affianca alla foglia europea, quella con le stelline che conosciamo dal 2010. Cosa aggiunge? L'indicazione dell'origine della materia prima agricola: "Italia" se il 95% viene da qui, "UE" o "Non UE" negli altri casi. Peccato che il Regolamento 2018/848 imponga già di scrivere l'origine in etichetta. Lo ribadisce anche l'Allegato V. Doppio lavoro, stessa informazione.

Un bollino che non serve a chi produce

Parlo con un certificatore storico, uno che ha visto nascere il bio italiano negli anni Novanta. "È un onere in più", taglia corto. "Le aziende dovranno stampare nuove etichette, gestire due loghi, rispondere a due sistemi di controllo. Chi paga? Sempre loro". Il costo stimato per un'azienda media? Tra i 2.000 e i 5.000 euro all'anno tra adeguamenti grafici, consulenze, tempo. Per un piccolo produttore di farro in Garfagnana o di mandorle a Noto, è una botta. Non c'è un fondo di accompagnamento, non c'è una moratoria. C'è solo la data di entrata in vigore: 1° gennaio 2025. Meno di tre mesi per mettersi in regola.

Il Masaf risponde che il marchio è "volontario" e "a costo zero" per lo Stato. Vero, il decreto non prevede tasse ministeriali. Ma la filiera costa. L'Organismo di controllo deve verificare anche la conformità al disciplinare nazionale, che si sovrappone a quello UE. Due audit, due verbali, due fatture. "È come se ti chiedessero due patenti per guidare la stessa auto", mi dice un produttore di vino bio in Toscana, mentre assaggiamo un Sangiovese 2022. "E se non metti il tricolore? Niente, resti con la foglia UE. Ma il mercato ti chiederà: perché non ce l'hai?"

Il consumatore non ci capisce nulla

Facciamo un test. Entro in un supermercato di quartiere a Milano, reparto ortofrutta. Zucchine bio: una confezione ha la foglia UE, l'altra ha entrambe. Chiedo a una signora sulla sessantina: "Quale prende?". Mi guarda, legge, alza le spalle. "Prendo quella che costa meno". Il prezzo è identico. "Allora questa, ha più disegnini". È la sintesi perfetta. Due loghi generano rumore, non informazione. Il consumatore medio associa il bio a "niente chimica", non a "origine Italia". Se vuole l'origine, cerca il tricolore già stampato sulla confezione, quello del "100% italiano" che le aziende usano da anni per marketing. Questo nuovo marchio istituzionale rischia di diventare l'ennesimo adesivo che si stacca mentalmente.

C'è un precedente. Il "Qualità Italiana" lanciato nel 2012 per l'olio extravergine. Bello il logo, nobili le intenzioni. Oggi lo trovi su tre bottiglie su cento. Le grandi catene non l'hanno preteso, i produttori non l'hanno spinto, i consumatori non lo cercano. La storia si ripete? Probabile. Il bio italiano vale 5,4 miliardi di euro di fatturato alla produzione (dati Ismea 2023). L'export traina: +12% sull'anno precedente. I mercati esteri chiedono la foglia UE, la riconoscono da Stoccolma a Tokyo. Il tricolore verde-bianco-rosso su una foglia? È un segnale locale in un mercato globale.

La difesa del ministero: sovranità e tracciabilità

Sentiamo la versione ufficiale. Fonti del dicastero parlano di "sovranità alimentare" e "trasparenza rafforzata". Il disciplinare nazionale prevede controlli aggiuntivi sui residui fitosanitari: campionamenti più frequenti, limite di rilevabilità analitica (LOD) come soglia di allerta, non solo i limiti massimi (MRL) europei. Su carta è rigoroso. Nella pratica, i laboratori accreditati sono gli stessi, i metodi analitici pure. "Facciamo già analisi multi-residuo su ogni lotto", mi conferma il responsabile qualità di una grande OP emiliana. "Aggiungere un logo non cambia la chimica del campione". Il vero nodo è la fiducia. Il bio italiano ha subito colpi duri: il caso dei cereali ucraini "bio" rivenduti come italiani nel 2021, le indagini su certificatori compiacenti. Il marchio nuovo nasce anche come risposta politica a quei scandali. Un sigillo di garanzia statale. Ma la garanzia la fanno i controlli, non la grafica.

C'è un aspetto tecnico che sfugge ai più. Il regolamento UE 2018/848, articolo 32, permette agli Stati membri di adottare "misure più severe" per la produzione nazionale, a condizione che non creino ostacoli al mercato interno. L'Italia lo sta facendo? Il disciplinare del marchio nazionale prevede la rotazione obbligatoria anche per le colture perenni (vite, olivo, frutta) dove l'Europa chiede solo "pratiche equivalenti". È una scelta agronomica forte. Significa sovesci obbligatori, stop al diserbo chimico nei filari, gestione del suolo certificata. Costa lavoro, costa diesel, costa resa. Se il marchio valorizza davvero questo extra-lavoro, bene. Ma allora servono premi di prezzo, non solo un logo. Senza riconoscimento economico, è sfruttamento burocratico.

Le associazioni di categoria spaccate

FederBio tace. Coldiretti applaude: "Tutela il made in Italy". CIA e Confagricoltura sono caute, chiedono chiarezza sui costi. Aiab (Associazione per l'agricoltura biodinamica) storce il naso: "Un doppio binario che indebolisce il regolamento unico europeo". La frattura è politica. Chi esporta molto teme la frammentazione. Chi vende solo in Italia vede un'arma commerciale. Nel mezzo, 93.000 operatori certificati (dato 2023). La maggioranza sono piccoli: sotto i 10 ettari. Per loro, ogni adempimento in più è una sera in meno a casa, una fattura in più da pagare. Il Masaf ha previsto un periodo transitorio fino al 31 dicembre 2025 per smaltire le vecchie etichette. Generoso, ma non risolve il problema strutturale: due regimi, un solo prodotto.

Mi viene in mente una visita in una cantina biodinamica nelle Marche, lo scorso aprile. Il proprietario mi mostrava il registro dei preparati: cornoletame, cornosilice, tisane di equiseto. "Questo è il mio marchio", disse indicando il quaderno sporco di terra. "La foglia UE serve per vendere in Germania. Il tricolore servirà per vendere al supermercato sotto casa. Ma la qualità sta qui, nelle mie mani". Aveva ragione. La certificazione è una promessa scritta. L'agricoltura è un patto con il suolo. Aggiungere una firma in calce non rafforza il patto. Lo complica solo.

Cosa succede sugli scaffali dal 2025

A gennaio vedremo tre tipi di confezioni. Tipo A: solo foglia UE (aziende che ignorano il nazionale). Tipo B: foglia UE + tricolore (chi aderisce). Tipo C: solo tricolore? Impossibile, il regolamento UE impone la foglia europea su ogni prodotto bio. Quindi il tricolore sarà sempre "in aggiunta". Occupiamo spazio sull'etichetta. Spazio che manca per gli allergeni, per il lotto, per la scadenza. I grafici delle etichette bestemmiano già. Il carattere minimo per l'origine ("Agricoltura Italia") è 1,2 mm. Il logo nuovo richiede 10 mm di altezza minima. Su un vasetto di miele da 250 grammi, è una battaglia persa. Vincerà il nastro adesivo: stampi l'etichetta base, appicchi il bollino tricolore sopra. Low cost, brutto, efficace. All'italiana.

L'Europa osserva. La Commissione ha già ricevuto due lettere formali da associazioni di consumatori tedesche e francesi: "Barriera al commercio interno". Se parte una procedura d'infrazione, il marchio nazionale decade. Tempo stimato: 18 mesi. Nel frattempo, le aziende hanno speso, i controllori hanno fatturato, i consumatori hanno visto due foglie invece di una. Chi ci guadagna? Le tipografie. E forse qualche consulente che ha scritto il disciplinare. Il bio italiano meritava un piano straordinario per la fertilità dei suoli, per l'accesso alla terra dei giovani, per la ricerca su varietà resistenti. Ha avuto un logo. Ci accontentiamo?

Spunto di cronaca: Dissapore

Newsletter

Il meglio di food, wine e travel ogni lunedì

Ricevi gli ultimi 10 articoli selezionati dalla redazione, una volta a settimana.

Leggi anche