Le banane rischiano l'estinzione: il fungo TR4 e la Cavendish
Un fungo, il ceppo Tropical Race 4, e il cambiamento climatico minacciano la varietà più coltivata al mondo, la Cavendish.
di Giulia Ferrero · 23 ottobre 2026 · 4 min di lettura

Centotrentanove milioni di tonnellate l'anno. Tanto vale la produzione mondiale di banane, il frutto che nel consumo globale viene secondo solo ai pomodori. Eppure la banana che conosciamo tutti rischia l'estinzione. La notizia non è ancora arrivata ai più, forse perché potrebbe scatenare il panico: a mettere in pericolo le coltivazioni ci sono un fungo molto diffuso, di cui un ceppo è noto come Tropical Race 4 (TR4), e il cambiamento climatico. Per ora se ne stanno occupando gli scienziati.
Il fungo TR4 e l'ombra della malattia di Panama
Di banane ne esistono più di 1.000 varietà. Quella che va per la maggiore, e che tutti chiamiamo semplicemente banana, è la Cavendish. Ed è proprio lei a soffrire di questo fungo.
C'è un precedente che preoccupa. Prima degli anni Cinquanta la varietà più diffusa nel commercio internazionale era la Gros Michel, decimata dalla malattia di Panama. È lo stesso tipo di malattia che sta imperversando oggi nelle coltivazioni, anche se la provoca un ceppo diverso del fungo. La Cavendish è arrivata proprio per sostituire la Gros Michel.
Tre serie di cromosomi, piante tutte gemelle
La Cavendish ha una caratteristica genetica che conta: possiede tre serie di cromosomi, il che significa che è generalmente sterile. Le piante si riproducono attraverso i polloni, e quelle coltivate sono sostanzialmente tutte gemelle. La sterilità, insieme alla capacità di produrre frutti senza impollinazione, dà vita a frutti senza semi: una cosa che piace molto al mercato. Ma porta anche a un altro risultato: tutte le piante della coltura sono ugualmente vulnerabili alle malattie. Quando arriva il fungo, fa una strage.
Due strade: modificazione genetica o incroci
Le linee di condotta sono due. Da una parte gli scienziati di varie università del mondo lavorano alla modificazione genetica della Cavendish, con tecniche diverse, per far sì che la banana del futuro sia uguale a quella che conosciamo oggi ma più resistente alle malattie. Dall'altra c'è chi vuole incrociare la Cavendish con altre varietà, per ottenere una banana probabilmente diversa, ma comunque resistente.
Incredibilmente, la seconda strada — quella che punta a migliorare la biodiversità delle coltivazioni e che si sposta su un approccio più naturale — la porta avanti la più grande azienda produttrice di banane al mondo, Chiquita. Questo mese Yelloway, una collaborazione di ricerca tra Chiquita e KeyGene, società specializzata nel miglioramento genetico delle colture, ha annunciato di aver sviluppato una Cavendish che non è sterile e che quindi può essere incrociata con altre varietà per ottenere nuove banane resistenti alle malattie. Yelloway dichiara esplicitamente di aver ottenuto Yellowdish attraverso un processo naturale, senza ricorrere a tecnologie OGM. Nel comunicato ufficiale si lascia intuire che la varietà sia stata ottenuta attraverso incroci in campo, dunque nemmeno con un intervento di editing genetico (TEA). Manca però la descrizione tecnica precisa del procedimento utilizzato per rendere fertile la Cavendish.
Peter Stedman, direttore della sostenibilità di Chiquita, ha dichiarato al Guardian: «Non stiamo cercando di preservare la Cavendish. Stiamo cercando di sostituirla, perché crediamo che alla base di qualsiasi sistema agricolo sostenibile ci siano la biodiversità e la diversità genetica».
In Australia la QCAV-4, a Norwich l'editing
Non tutti puntano sul processo naturale voluto da Chiquita, e molti sono al lavoro per impedire alla banana che conosciamo oggi di estinguersi. In Australia un gruppo della Queensland University of Technology guidato dal professor James Dale ha creato una Cavendish geneticamente modificata, dunque OGM, utilizzando un batterio per introdurre un gene proveniente da una banana selvatica, capace di conferire resistenza alla TR4. Il risultato, una varietà di Cavendish chiamata QCAV-4, è stato approvato per il consumo umano in Australia e Nuova Zelanda, e i ricercatori hanno confermato che il suo sapore è quello della banana tradizionale.
Il dottor Jose De Vega, esperto di genomica delle colture presso l'Earlham Institute di Norwich, nel Regno Unito, sta invece collaborando con altri ricercatori per esplorare le tecniche di editing genetico che prevedono di modificare il DNA della Cavendish intervenendo sui geni già presenti, per renderli simili a quelli delle varietà resistenti e ottenere una cultivar più resistente. Il suo gruppo sta sequenziando i genomi di varietà di banane che presentano risposte differenti alla TR4. In Inghilterra l'editing genetico, quando produce modifiche che potrebbero avvenire anche naturalmente o attraverso incroci convenzionali, viene considerato una forma di miglioramento genetico di precisione, piuttosto che una modificazione genetica tradizionale: queste piante seguono regole diverse dagli OGM, ma hanno comunque bisogno di un'autorizzazione per essere commercializzate come alimenti. Nell'Unione europea è stato approvato un nuovo regolamento sulle tecniche genomiche, che distingue le modifiche più semplici da quelle più complesse, ma sarà applicabile soltanto dal luglio 2028.
È probabile però che a vincere la battaglia su cosa fare per il futuro delle banane sia Chiquita, che può contare su finanze più solide. Sarà interessante capire se dietro a questa attenzione alla biodiversità c'è solo una strategia di marketing. Sulla scelta aziendale pesa anche il fatto che le varietà geneticamente modificate possono avere tempi di approvazione molto lunghi, mentre il problema va risolto ora.
Spunto di cronaca: Dissapore
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