Ischia Safari 2026, i conti della decima edizione
Dieci anni sull'isola verde tra fuochi stellati, logistica zoppicante e qualche sorpresa vera.
di Marco De Luca · 25 settembre 2026 · 4 min di lettura

Il vento di scirocco alza polvere vulcanica sui basoli del Castello Aragonese. Sono le diciannove di venerdì 19 settembre, l'aria sa di salmastro e brace, e la decima edizione di Ischia Safari è già un fiume in piena. Quattromila biglietti staccati, dicono all'ingresso, cifra tonda che profuma di sold out ma anche di affollamento vero. Noi siamo qui dall'apertura, con il taccuino macchiato di sugo e la scheda assaggi già mezza compilata.
La formula non cambia: trenta postazioni disseminate tra le terrazze dell'hotel Miramare e i giardini della Colombaia, chef stellati e artigiani del gusto che cucinano a vista. Quaranta cuochi in tutto, più una trentina di vignaioli. Sulla carta è un paradiso. Nella pratica, il diavolo sta nelle navette che non partono. La prima per Sant'Angelo alle venti e trenta è piena, la successiva non arriva. La gente cammina al buio lungo la provinciale, i tacchi che affondano nell'asfalto caldo. Un inizio così non se lo aspettava nessuno.
La formula che regge e quella che scricchiola
Il concept del "safari" gastronomico — ti muovi, assaggi, bevi, cambi location — regge l'urto del tempo. Dieci anni fa era una scommessa, oggi è un format collaudato che altri copiano. Il problema è la scala. Quando gli ospiti superano le tremila unità, la magia dell'incontro ravvicinato col cuoco evapora. Ti ritrovi a guardare la nuca di uno sconosciuto mentre lui manteca un risotto al limone di Sorrento. Il risotto è buono, intendiamoci. Ma l'intimità è un ricordo.
Quest'anno l'organizzazione ha puntato su un'app per prenotare i turni ai banchi più gettonati. Idea nobile, esecuzione zoppicante. Il server è andato in tilt alle diciannove e quindici. Risultato: code fisiche che si intrecciano a code virtuali, gente che litiga per un posto al banco di Nino Di Costanzo. Abbiamo contato quaranta minuti per un assaggio di spaghetto ai ricci. Quaranta minuti in piedi, col calice di Per'e Palummolo che si scalda in mano. Non è ospitalità, è gestione flussi.
I fuochi che valgono il biglietto
Poi però assaggi la "Genovese di mare" di Pasquale Palamaro e tutto il resto sparisce. Il cuoco dell'Indaco, una stella Michelin a Ischia, lavora sul fondo di cipolle ramate di Montoro per dodici ore. Ci butta dentro polpo, calamari, cozze, un filo di colatura di alici di Cetara. Il piatto arriva tiepido in un coppapasta d'acciaio, profuma di cucina di nonna e di alta scuola. Duecento euro a testa il biglietto base, centocinquanta il ridotto under trenta. Per quel piatto solo, li rifirmeresti.
Nino Di Costanzo porta la sua "Pizza fritta liquida" — mozzarella di bufala in carrozza, pomodoro San Marzano dop, basilico liofilizzato. Tecnica da circo, gusto da casa. La frittura è asciutta, un sussurro. Accanto, il banco di Davide Scabin (Combal.Zero) gioca col riso Carnaroli invecchiato sette anni, mantecato con burro di malga e polvere di liquirizia calabrese. Un azzardo che atterra in piedi. Sono i momenti in cui capisci perché la gente torna.
La sorpresa vera arriva da un forno. Salvatore Di Matteo, terza generazione di panificatori a Casamicciola, sforna panuozzi col lievito madre che ha compiuto cent'anni lo scorso maggio. Li farcisce con provola affumicata di Agerola, friarielli saltati nell'aglio e peperoncino, e una spolverata di pecorino romano stagionato ventiquattro mesi. Costa dodici euro, si paga a parte. La fila è la più lunga del festival. Nessuna stella, nessuna diretta Instagram. Solo farina, tempo e fuoco.
Il vino: troppe etichette, pochi calici puliti
Il comparto enologico occupa la terrazza ovest del Miramare. Centoventi etichette in degustazione libera, dai Campi Flegrei all'Etna. Peccato che i calici siano quelli da sagra di paese: plastica sottile, bordo spesso, zero tulipano. Il Piedirosso 2023 di Casa d'Ambra merita cristallo, non polipropilene. Lo bevi lo stesso, certo, ma il naso si chiude, l'alcol morde. Abbiamo chiesto un calice decente al sommelier di turno. Ci ha guardato come se avessimo chiesto la luna. "Non ne abbiamo," ha tagliato corto.
Tra i banchi, spicca la verticale di Biancolella "Vigneti di Mare" 2018-2023 di Antonio Mazzella. L'annata 2020, vendemmiata sotto la pioggia di ottobre, ha una tensione acida che taglia il grasso dei fritti come un bisturi. La 2022, calda e secca, gioca su note di mela cotogna e pietra focaia. Mazzella versa lui, racconta il vento, il tufo, la fatica. È l'unico momento in cui il vino smette di essere intrattenimento e torna a essere racconto di terra.
Il conto finale e l'anno prossimo
A mezzanotte il Castello si svuota. Le navette ripartono, questa volta vuote. Restano i tavoli rovesciati, i cassonetti stracolmi di piatti compostabili, un silenzio che sa di brace spenta. Il bilancio? Quattrocento chili di pasta lavorati, duemila calici versati, un incasso lordo che supera i seicentomila euro al netto degli sponsor. I numeri li snocciola l'organizzatore, Andrea Lubrano, mentre spegne l'ultimo faretto. "Dieci anni fa eravamo in trenta al buio," dice. "Ora siamo una macchina." Forse troppo macchina, pensiamo noi.
La data per il 2027 è già fissata: terzo weekend di settembre. Si parla di spostare la base logistica al porto di Ischia Ponte, usare i traghetti come navette galleggianti. Un'idea nata stanotte, tra un bicchiere di Passito di Pantelleria e una sigaretta arrotolata male. Se funziona, sarà l'undicesima. Se no, sarà l'ultima vera edizione. Il vento, intanto, ha smesso di soffiare.
Spunto di cronaca: Scatti di Gusto
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