L'agricoltura italiana davanti al cambiamento climatico
I piani AgRI 2040 e Food 2040 dell'Unione Europea chiedono un risposto concreta al settore primario.
di Giulia Ferrero · 21 settembre 2026 · 5 min di lettura

Nel cortile di un agriturismo a 40 chilometri da Bologna, ieri mattina, un trattore elettrico si è fermato a metà campo. Il proprietario, Maurizio Rinaldi, ha dovuto chiamare un meccanico. 'Non è la prima volta che succede — dice, guardando il cielo grigio che si addensa — . E non sarà l’ultima, finché non capiremo che l’innovazione non è uno specchietto per la gente che ci arriva dopo.' Il silenzio del Macchina parlapio. Niente vapore, niente rumore. Solo la luce che si spegne.
I due piani che vorrebbero cambiare l’agricoltura
AgRI 2040 e Food 2040. Due nomi stampati su un documento verde brillante che i funzionari europei hanno stretto in tasca durante il Summit dell’Agricoltura a Bruxelles lo scorso 14 settembre. L’obiettivo dichiarato? Rendere sostenibile il 75% delle filiere entro il 2040. Investire 40 miliardi di euro in ricerca, digitalizzazione e transizione energetica. Ma a Milano, ieri, il presidente della Coldiretti, Luca Grassi, ha commentato così: 'Quattanta miliardi? Bene. Ma chi li mette?' E poi ha aggiunto, con un sorriso stanco: 'Sempre noi a pagare.'
La Commissione europea parla di 'agricoltura a impatto zero', di ridurre le emissioni di CO2 del 55% entro il 2035. Ma i dati non mentono niente. E secondo l’ISTAT, nel 2023 le imprese agricole italiane hanno speso in media 17mila euro per omologazione e certificazioni ambientali. Un costo che non tutti sostengono. A Cesena, la piccola azienda di Martina Riva ha chiuso un mese fa. 'Non ce la facevamo a competere con chi ha un campo di 500 ettari e un consulente esperto — dice — . Noi siamo stati inghiottiti da una burocrazia che non si muove.'
Chi ci guadagna e chi perde
A San Miniato, nella logistica del grano, il magazzino di Biagio Ferrara ha installato un sistema di raffreddamento solare. 'Non l’ho fatto per l’Europa — dice, pulendo con un panno una sfera di plastica — . L’ho fatto perché i costi dell’elettricità sono cresciuti del 42% in due anni. Se non ti adegui, chiudi. Punto.' Il sistema gli costa 18mila euro. Lo ripaga in tre anni. Ma non tutti hanno 18mila euro da spendere. E non tutti credono che l’innovazione debba essere obbligatoria.
In una cascina a 15 km da Verbania, i giovani agricoltori hanno firmato un accordo con un’università per sperimentare l’agricoltura di precisione. GPS, droni, sensori nel suolo. Il primo anno hanno ridotto l’utilizzo di fertilizzanti del 30%. Ma il 70% dei loro compagni? Non li ha mai vista. 'Loro parlano di innovazione come se fosse un film — commenta Elena Volpe, 28 anni — . Noi la viviamo ogni giorno, con le mani nel fango e il cellulare che si scarica.'
Il prezzo del chilowattora. Quello della corrente. Quello della plastica. Tutto è legato a un modello che l’Europa vuole cambiare, ma che pochi spiegano mai abbastanza chiaramente. A Palermo, lo scorso agosto, un agricoltore ha ricevuto una bolletta da 4.200 euro per l’irrigazione. 'Non posso pagare — dice — . Ma non posso neanche smettere di Anna, se no il raccolto me lo tocca a me, al posto del figlio che va inUniversità.'
Dove finiscono i soldi e i sogni
Il Fondo per la Transizione Ecologica nel settore Primario vale 2,3 miliardi. Di cui l’Italia riceve il 7,8%. Ma solo il 32% degli agricoltori ha mai fatto domanda. Perché? Perché il 64% non sa come si compila un modulo online — rivelano i dati Coldiretti 2024 — . E il 28% non ha un computer a disposizione. A Castelnuovo Berda, in Emilia, un nonno di 71 anni ha imparato a usare Zoom per partecipare a un corso sull’agricoltura sostenibile. 'Mia nipote mi ha messo su — dice — . Ma non so se ce la farò a cambiare.' La camera da letto. Due poltrone. Un tavolino. E un tablet appeso a un caviolo con della spago.'
La leadership del Parlamento europeo ha approvato il disegno programmatico, ma senza un dettaglio fondamentale: non c’è un fondo dedicato alle piccole aziende. Solo incentivi, contributi, subappalti. Un modello che funziona per le multinazionali, meno per chi ha un alone e mezzo ettaro. 'Noi non siamo un esperimento — dice una donna che ha una serra in Toscana — . Siamo la norma. Ma nessuno ci tratta come tale. Finché non ci tocca firmare.'
A Bari, in un laboratorio dell’Università, i ricercatori stanno testando un nuovo tipo di fertilizzante fatto con alghe. 'Funziona — dice loro, mentre mescola una polvere viola — . Ma serve un impianto di essiccazione che costa 80mila euro. E non basta la voglia di cambiare. Serve un po’ di soldi. Che spesso non li hai.' La camera bianca. Il computer. Un tubo di vetro. E un campione di terra appenna raccolta. 'Presto sarà terra — dice — . Oggi, invece, è solo un pezzo di futuro.'
E se il futuro non fosse un piano
Mentre a Bruxelles i governi discutono di target, in un campo a 800 metri da Napoli, un vecchio trattore anni 80 continua a lavorare. Il suo proprietario, Vincenzo De Luca, ha 64 anni. Non ha mai firmato un accordo con l’Europa. Non ha mai richiesto un contributo. Ma ogni anno, in primavera, produce più di quanto produce l’anno prima. 'Non ho bisogno di innovationi — dice, mentre controlla l’angolo del campo — . Ho bisogno di terra, acqua e pazienza. L’Europa? Lasciatela fare da sé.'
Nessuno sa bene se AgRI 2040 e Food 2040 cambieranno l’agricoltura o resteranno delle ombre su un muro di Bruxelles. Ma mentre le riunioni continuano, nelle cascine e nei campi, la terra aspetta. E i conti non aspettano. Chi ha fretta di cambiare — dice un giovane agricoltore a Torino — , sei tu. O chi resta fuori dal piano?
Spunto di cronaca: Dissapore
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