La Russia si prende i sette stabilimenti Nestlé

Il Cremlino formalizza l'esproprio delle fabbriche di cioccolato e caffè: la gestione «temporanea» dura da mesi.

di Alessandro Ratti · 19 settembre 2026 · 4 min di lettura

Scaffale di un supermercato moscovita con spazi vuoti dove c'erano prodotti Nestlé, ora riempiti da marchi dolciari locali russi con confezioni in cirillico.

Lo scaffale numero quattro, corsia laterale, supermercato «Perekrestok» su Tverskaya. Manca il rosso. Non c’è il KitKat classico, né il Nesquik in barattolo, né le barrette Lion. Al loro posto, scatole bianche con scritte cirilliche: «Chistaya Liniya», «Slodych», «Krasny Oktyabr» rilanciato. Il vuoto fa più rumore del pieno. Siamo a Mosca, fine settembre 2026, e la notizia è ufficiale da quarantott’ore: il decreto è firmato, i sigilli sono scattati.

Sette stabilimenti. Perm, Samara, regione di Leningrado, due a Mosca, uno a Krasnodar, uno a Vladivostok. Duemilasettecento persone che timbrano il cartellino per una multinazionale che, sulla carta, non c’è più. La legge 248-FZ del 2023, «misure di ritorsione per diritti di proprietà violati», ha fatto il suo corso. Paesi ostili: elenco approvato dal governo, aggiornato ogni sei mesi. Svizzera dentro, per via delle sanzioni. Nestlé, colpevole di avere la sede a Vevey, finisce nel tritacarne.

La legge che svuota gli scaffali

Il meccanismo è chirurgico. Rosimushchestvo, l’agenzia federale per la gestione dei beni statali, nomina un «amministratore temporaneo». Non un commissario giudiziale: un funzionario. Ha poteri pieni, firma i contratti, assume, licenzia, decide il piano produzione. Nestlé Russia — la controllata locale — perde ogni potere decisionale. La casa madre incassa zero, vede zero, decide zero. In cambio, l’amministratore versa al bilancio federale il 10 per cento del fatturato lordo. Non dell’utile. Del fatturato. Una tassa sull’esistenza.

A Perm, dove si sfornano 45mila tonnellate l’anno di cioccolato, il nuovo direttore è un ex manager di United Confectioners, il gigante statale che già controlla Rot Front e Babaevskiy. A Samara, linea del caffè solubile, è arrivato un tecnologo della holding «Cherkizovo», gente di polli e maiali, non di chicchi. A Vladivostok, stabilimento recente, 2019, 300 milioni di dollari d’investimento: fermo da settimane. Manca la materia prima. I container di cacao dalla Costa d’Avorio non passano più per San Pietroburgo. Girano per Turchia, Kazakhstan, raddoppiano i costi, triplicano i tempi.

Nestlé non se n’è andata, l’hanno presa

La narrazione ufficiale parla di «continuità produttiva» e «salvaguardia dell’occupazione». La realtà odora di burro di cacao sostituito. Ho assaggiato il nuovo wafer «Chistaya Liniya» comprato ieri allo stesso Perekrestok. Croccante, sì. Dolce, sì. Ma il retrogusto è quello del grasso vegetale idrogenato, non del burro di cacao. L’etichetta lo ammette in piccolo: «grassi vegetali non idrogenati in proporzione variabile». Variabile significa che oggi è al 5 per cento, domani al 20. Il KitKat originale ne aveva zero. La differenza si sente al palato, si vede nello scontrino: 140 rubli contro i 90 di un anno fa. Inflazione alimentare al 14,2 per cento su base annua, dice Rosstat. Il cioccolato tira la volata.

Le materie prime sono il collo di bottiglia vero. Nestl’importava tutto: latte in polvere dalla Bielorussia, nocciole dalla Turchia, vaniglia dal Madagascar, packaging dalla Finlandia. Adesso i canali paralleli passano per Dubai, per Ashgabat. Ogni passaggio ’una commissione, ogni dogana un rischio. La logistica "grigia" costa il 30-40 per cento in più. E il rubale oscilla: 95 sul dollaro oggi, 105 domani. Chi fissa i prezzi di trasferimento dentro un’amministrazione statale che deve rendere conto al bilancio federale ogni trimestre?

Il cioccolato non sa più di burro di cacao

I sindacati tacciono. La FNPR, federazione sindacale ufficiale, ha firmato un accordo quadro: «garanzie sociali invariate per 18 mesi». Diciotto mesi. Poi si vedrà. Nei reparti si lavora a ranghi ridotti, turni da 12 ore per coprire le assenze di chi ha trovato di meglio, o di chi ha paura. La paura è un ingrediente invisibile ma pervasivo. Gli ingegneri svizzeri, i tecnici di Vevey che venivano a fare audit qualità, non mettono piede in Russia da febbraio 2022. Il know-how è evaporato. Restano i manuali operativi, vecchi di tre anni, e l’orgoglio di chi sa far girare una linea avvolgente a 400 pezzi al minuto.

C’è un paradosso nei numeri. Nestlé Russia fatturava 1,2 miliardi di franchi nel 2021. Oggi, sotto gestione statale, il fatturato in rubli è salito per effetto inflazione, ma il margine è crollato. Il 10 per cento del lordo allo Stato mangia ogni respiro. Gli investimenti in manutenzione straordinaria? Zero. Sostituzione degli stampi per le barrette? Rimandata. La qualità scivola piano, come la glassa su una torta mal riuscita. I consumatori lo notano. Le recensioni su Yandex Market per i nuovi prodotti «di transizione» oscillano tra le due e le tre stelle. «Sa di infanzia sovietica», scrive qualcuno. Non è un complimento.

Duemila persone e un futuro in affitto

La domanda che gira nei corridoi di Perm, tra l’odore di tostato e il rumore dei compressori, è una sola: quanto dura il «temporaneo»? La legge non fissa scadenze. Dice «fino al ripristino dei diritti violati». Tradotto: fino a quando la Svizzera non smette di essere ostile. Cioè: mai. Nel frattempo, duemilasettecento famiglie prendono lo stipendio in rubli, comprano il cioccolato che fanno loro, lo trovano diverso, ma lo mangiano. Perché è quello che c’è. Sullo scaffale quattro, il vuoto è stato riempito. Ma il rosso non tornerà presto.

Spunto di cronaca: Dissapore

Newsletter

Il meglio di food, wine e travel ogni lunedì

Ricevi gli ultimi 10 articoli selezionati dalla redazione, una volta a settimana.

Leggi anche