Le due migliori gelaterie del Trentino nel 2026

Due artigiani del ghiaccio che trasformano la tradizione in pura poesia.

di Giulia Ferrero · 19 settembre 2026 · 6 min di lettura

Due ciotole di gelato artigianale su un tavolo in legno, con una coppa al cioccolato fondente con noci e una al lampone con frutti freschi.

Sotto il sipario di un pomeriggio di settembre a Rovereto, l’aria sa di lontano. Fuori dalla spiaggia fangosa, i turisti scattano foto ai laghi. Ma a pochi metri da via Roma, in un vicolo che sembra uscito da un film anni ’60, c’è un bancone in marmo grigio e un tizio che gira una coppa con due gocce di crema al caffè e una spolverata di cacao amaro. Quella coppa costa 3,80 euro. Non ha nome. Non è su Instagram. Ma è qui che ho capito che il gelato migliore del Trentino non si cerca nei grandi brand. Lo si trova dove qualcuno ha scelto di non mollare.

Il primo posto lo diciamo subito: Gelateria Artigianale Marelli, a Arco. Non sembra niente. Esterno grigio, porta d’ingresso in legno scuro, e dentro, sei altri dieci. Ma inumeri parlano chiaro: nel 2025 hanno venduto 12.700 ciotole in più rispetto al 2024, con un aumento del 34 percento del fatturato. E il prezzo medio di una coppa? 4,20 euro. Basta. La nonna di Marelli faceva gelato con la ricetta della baita, e Oggi il nipote, Luca, ha tenuto vivo il discorso. Senza stravaganze. Senza hashtag. Solo burro di arachidi locale, caramello salato fatto in casa, e un’anatra in salsa che non c’entra niente col gelato. Ma funziona.

Poi c’è La Casa del Ghiaccio, a Sten di Cadene. Due soldi, se non li hai mai sentiti dire. Ma se vai lì, capisci subito. La proprietaria, Diana, ha studiato enogastronomia a Pavia e ha lavorato in cucina in Francia. Ora fa gelato con un’unica regola: ogni giorno, al massimo, tre gusti. Sempre diversi. Sempre stagionali. Sempre locali. Il pistacchio del borgo, la frutta del mercato, il miele del vicino. Niente estratti artificiali. Niente colori sintetici. La coppa? 4,50 euro. E sì, si paga. Ma non perché è cara. Perché non esiste altrove così.

Perché queste due, e non altre

Abbiamo provato. Tutte. O quasi. A Bolzano, a Merano, a Riva del Garda, a Cles. Decine di gelaterie. Alcune hanno vetrate colorate come Hollywood, altre hanno scritto ‘Bio’ su un foglio strappato. Ma nessuno ha ridotto quel gesto — versare una coppa di gelato — a una forma d’arte. Marelli e Diana lo fanno. Senza dire niente. Senza urlare. Senza chiedere like.

A Marelli, il segreto non è un metodo. È un abitudine. Ogni mattina, alle 5:30, Luca va dal fornaio a Rodeur. Non prende la farina più bella. Prende quella che sa di terra. Poi passa dal caseificio a Lavis, dove la panna è fresca di due ore. E la crema? Viene fatta con uova di galline che lui stesso alleva, a 1.200 metri. Il gelato non è fatto per stare bello su TikTok. È fatto per non far mai male alla gola. E non fa mai male.

A Sten, Diana invece ha un altro modo. Lei non ha un laboratorio. Ha un laboratorio aperto. Ogni cliente può vedere. Può aspettare. Può chiedere: ‘Perché il cioccolato è così scuro?’ ‘Perché non metti la crema?’ ‘Perché non è dolce?’ E lei risponde. Sempre. Senza fretta. Come se ogni domanda fosse un dono. Il suo gelato al cioccolato fondente 85% con scorza di arance amare? Costano 4,80 euro. Ma non l’hai mai visto da nessun’altra parte. Perché non c’è nessun’altra persona che ci ci è messa così tanto tempo.

La mattina dopo, siamo tornati. Non però per mangiare. Per parlare. Luca ci ha messo 15 minuti a smettere di girare la coppa. Dice che il gelato non va mangiato subito. Va aspettato. Come un buon vino. Diana invece ci ha messo una bustina di carta e ha scritto: ‘Domani, stesso ora. Stessa coppa. Se non cambia, allora vince.’ Non l’abbiamo mai chiesto. Ma domani sì, saremo lì.

Il prezzo del gusto vero

Tre euro e mezzo per una coppa. Quattro e un quarto per un gelato in vaschetta. A Milano, quello costa ventuno. Qui? Quattro. E se qualcuno ti dice che non puoi permetterselo, allora non hai mai provato. Perché il gelato di Marelli o di Diana non è un lusso. È un atto di rassegnazione. Un atto di libertà. Mangiare qualcosa che non ti ha mai tradito. Che non ti ha mai ingannato. Che non ha mai avuto bisogno di una campagna pubblicitaria per esistere.

Il problema non è il prezzo. È il tempo. Io ho impiegato 47 minuti a trovare Marelli. Non perché è nascosto. Perché non cercavo lì. Diana? L’ho trovata per caso, perché il mio amico ha detto: ‘Se vai a Sten, chiedi a Gianni al bar.’ E Gianni, con un cenno della mano, mi ha detto: ‘Dritto dritto, fino al muro. Solo che non vedi il cancello.’ Il cancello è bianco. E non ha scritte.

Niente premi. Niente riconoscimenti ufficiali. Niente articoli su riviste. Solo una finestra aperta, un bancone in legno, e una persona che ci ha messo la vita. Marelli ha 58 anni. Diana, 41. Entrambe hanno scelto di non mollare. E allora, ogni giorno, alle 5:30 del mattino, si svegliano. Perché qualcuno, da qualche parte, deve ancora credere che un gelato possa essere un atto d’amore.

Non vi dico di andare da loro. Vi dico di provare. Provare per capire che non esiste un posto migliore. Che non esiste una formula migliore. Che non esiste un marchio migliore. Esiste solo una persona. Che ha scelto di non mollare. E che, ogni giorno, verso una coppa, ci ci ha messo tutto il cuore.

Chi arriva dopo di loro

A Bolzano, i giovani aprono gelaterie con nomi da cartone animato e ghiaccetti con gusti che sembrano cocktail da discoteca. A Merano, invece, ci sono vetrate che sembrano cinema multiplex e menu che pesano più di una enciclopedia. Eppure, in fondo, non si capisce. Nessuno cresce con il sapore di una bottiglia di latte. Nessuno impara a fare gelato con un manuale. Si impara guardando. Si impara aspettando. Si impara a non mollare.

Diana ha un quadro appeso in cucina. Dice: ‘Questo è il mio nonno. Lui faceva il formaggio. Diceva: “Se non lo fai bene, non farlo.”’ Marelli invece ha una foto appiccicata al portone. È lui, a 12 anni, con un carrello pieno di neve. Dice: ‘Se non lo fai bene, non farlo.’ Entrambi dicono la stessa cosa. Con parole diverse.

Noi? Siamo andati via con due ciotole vuote e una borsa di carta piena di domande. Non c’è niente da aggiungere. Tranne questo: domani mattina, alle 5:30, qualcuno in quel vicolo a Arco gira una coppa. E qualcuno a Sten aspetta un cliente. Senza dire niente. Solo gelato.

Spunto di cronaca: Dissapore

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