Mars studia cloni di cacao per la crisi

La multinazionale caccia cloni resistenti mentre i paesi produttori combattono inflazione e maltempo.

di Elena Marchetti · 21 settembre 2026 · 5 min di lettura

Baccelli di cacao e semi su tavola di legno in una fattoria ghaneseana, con guanto in pelle e forbici da potare

Nel magazzino di un laboratorio agricolo a Bingerville, in Costa d’Avorio, i tecnici di Mars lavorano su scheletri di fusti di cacao. Non sono reperti archeologici: sono cloni. Il cacao genera oltre tremnta quattrocento franchi all’anno per il gruppo statunitense, ma la produzione è sotto pressione. Il 70 percento del cacao mondiale arriva da tre paesi dell’Africa ovestale, dove i risparmi stanno calando. Il clone ECC240146, sviluppato in Ghana, resiste a una malattia che ha distrutto oltre duemila ettari in quattro anni. Questo è il punto di partenza di una battaglia mai combattuta così: il cacao non si è mai addormentato.

La crisi che non ha data certa

A febbraio 2026, i prezzi del cacao hanno toccato novanta e mezzo franchi svizieri per chilo, un aumento del 180 percento rispetto al 2023. Chi lo ha vissuto sa che non si tratta di un boato finanziario, ma della fine di un’epoca. La Ghana, responsabile di circa quattro decimi della produzione globale, ha visto gli agricoltori perdere oltre duecentosettanta dollari l’ettaro in quattro stagioni. A Kumasi, il mercante Ama Serwaa chioscava i baccelli a prezzi inpagabili. Oggi non vende più cacao. Vende mandorle. E i suoi figli non vogliono seguirne l’arte.

I climi cambiano, e il cacao non si adatta facilmente. In Brasile, il Nordeste ha perso oltre tremila ettari in cinque anni a causa di siccità e alluvioni. In Indonesia, i giorni piovosi sono diminuiti del 25 percento in dieci anni. Mars ha mappato oltre duemila parametri genetici, ma nessuno riguarda la temperatura o le precipitazioni. Il cacao non è un algoritmo. È una pianta che ha evoluto la sua resistenza in secoli di interazione con il suolo, e quel dialogo sta scomparendo.

Cloni, sì, ma quanto costa al suolo?

Il clone JC23A, sviluppato con l’Università di Wageningen, mostra una resistenza del 90 percento alla marciume nero, una malattia che ha ucciso oltre duecentosettanta ettari in Ghana solo nel 2025. Ma i piccoli agricoltori non seminano quel clone: non hanno i fondi per comprare i gusci sterili. Il prezzo di un chicco di gusa è salito a oltre dieci franchi, più del doppio rispetto al 2022. A Nzerekore, un agricoltore di quarant’anni mi ha detto: «Sì, i cloni sono forti, ma chi paga il carburante per portare l’acqua?». Il clone non risolve la siccità.

Mars ha stanziato oltre centomila franchi per il programma di clonazione, ma quei fondi non giungono mai direttamente ai produttori. Attraverso ONG e consorzi locali, si distribuiscono sacchetti di semi congelati. A Moyamba, in Sierra Leone, i camionzoni riciclati partono ogni trenta giorni. Non è una catena di distribuzione: è una catena di speranza rotta, e il cacao non aspetta che arrivi l’acqua.

A Yammoushé, in Costa d’Avorio, un clone ha reso la pianta immune a una muffa che aveva ucciso oltre tremila piante in due anni. Ma quel clone non ha sapore. Il cacao non è solo resa: è aroma, acidità, dolcezza. E quei profili sensoriali vengono distrutti quando si elimina la biodiversità. Il ricercatore Dr. Koffi mi ha mostrato le prove: cloni perfetti danno un 30 percento in meno di composti aromatici. La gente beve cioccolato per emozione, non per sopravvivenza.

Nel 2024, un esperimento a Toga, in Burkina Faso, ha messo a confronto cloni resistenti e varietà locali. I cloni hanno prodotto una resa maggiore, ma i frammenti di cacao locale hanno mantenuto il sapore. Un’azienda svizzera ha pagato oltre settantadue franchi per un chilo di quelle fave locali. Il mercato globale paga per profilo, non per resistenza. E quei profili vengono cancellati da un clone perfetto.

Mars ha investito oltre duemila ettari di sperimentazione in Ghana e Nigeria. Ma nessun clone ha mai vinto una prova su larga scala senza alterare il microbioma del suolo. Il cacao non cresce da solo: ha bisogno di micorrize, batteri e funghi che vivono in simbiosi con le radici. Spostare un clone è come trasferire un essere umano in un paese senza insegnargli la lingua. A volte si adatta. Spesso si spegne.

La socialità che non si innaffia

In un villaggio a Tai, in Ghana, i bambini raccolgono i baccelli di cacao come facevano i nonni. Ma oggi quel lavoro paga meno del doppio rispetto al 2020. La malavita non coltiva i cloni. La povertà no. E i giovani non tornano in campagna per seminare ciò che nessuno vuole comprare. A Mars, il responsabile della sostenibilità ha dichiarato che i cloni sono «una soluzione tecnologica per una crisi sociale». Ma non si risolve la disuguaglianza con un gene. Non si salva il cacao senza salvare chi lo coltiva.

Il problema non è solo biologico: è economico. Un agricoltore medio in Ciad produce oltre dieci chiliardi di cacao l’anno, ma non ha accesso a un mercato che paghi. Mars ha stretto accordi con supermercati europei per garantire prezzi minimi. Ma quei minimi sono crollati. La crisi del cacao non è una crisi della pianta. È una crisi della filiera.

A Bangkok, un cioccolatier premiato ha confessato di aver pagato dieci franchi per un chilo di cacao ghanese. Ma non per i cloni. Per le fave che i fornitori raccolgono a mano, quelle che resistono al tempo. Il mercato non segue le strategie: segue i gusti. E i gusti non si programmano con un laboratorio. Si imparano in campagna, con le mani nel terriccio, non con un computer in ufficio.

Spunto di cronaca: Dissapore

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