McDonald's, la corte riduce drasticamente la causa per discriminazione razziale

Il giudice Seeger ha archiviato gran parte delle accuse contro il colosso del fast food, ma alcune contestazioni contrattuali sopravvivono.

di Redazione Chiavi del Gusto · 26 settembre 2026 · 3 min di lettura

Insegna McDonald' s illuminata al crepuscolo

Quarantotto affiliati afroamericani hanno deciso di unire le forze nel 2023 per portare in tribunale McDonald's, accusando il colosso del fast food di una discriminazione razziale capillare e sistematica. L'accusa principale sosteneva che la multinazionale avesse deliberatamente orchestrato un meccanismo destinato a far fallire i gestori neri, spingendoli ad acquistare ristoranti con prestazioni finanziarie scarse, collocati in quartieri a maggioranza nera caratterizzati da alti tassi di criminalità, e negando loro al contempo ogni possibilità di investimento nelle zone più redditizie.

Gli stessi affiliati hanno dichiarato di aver ricevuto un supporto operativo inferiore rispetto ad altri gestori, di essere stati sottoposti a richieste decisamente più severe e di aver subito ostacoli concreti nei loro tentativi di espansione commerciale.

Il muro della cabina telefonica

Le accuse sono state quasi totalmente smontate dal giudice distrettuale degli Stati Uniti Steven Seeger, che con una decisione motivata in centoventicinque pagine ha stabilito che il procedimento fosse eccessivamente sovraccarico di rivendicazioni vaghe oppure ormai cadute in prescrizione. Seeger ha criticato l'accumulo indistinto di pretese individuali con un'immagine incisiva: l'accusa, ha detto, «è simile al vecchio gioco di vedere quante persone riescono a stare in una cabina telefonica. Ad un certo punto si scontra con un muro, e infilare qualcos'altro nello stesso spazio diventa completamente impraticabile».

Il giudice ha precisato che le accuse centrali relative a un presunto modello discriminatorio avrebbero potuto essere avanzate soltanto attraverso una class action, e non aggregando le pretese di singoli attori. Anche in quel caso, però, avrebbe incontrato enormi difficoltà, dato che le circostanze personali e commerciali di ciascun affiliato erano considerevolmente diverse l'una dall'altra.

Cosa sopravvive e cosa viene meno

Non tutto è stato cancellato. Un piccolo numero di contestazioni potrà proseguire ed essere esaminato in aula, principalmente quelle riguardanti le possibili violazioni degli accordi di affiliazione, in particolare le accuse in cui si ipotizza che McDonald's abbia negato agli affiliati neri l'accesso a determinati benefici, come le agevolazioni sul canone di locazione, che invece venivano concessi ad altri gestori.

Le rivendicazioni relative a presunte ritorsioni sono state archiviate perché i querelanti non avevano dimostrato di aver intrapreso condotte corrette, come la presentazione di formali denunce presso agenzie governative. Dozzine di accuse legate a frodi e interferenze illecite sono state giudicate prescritte dai termini di legge.

Reazioni e contenziosi ancora aperti

McDonald's ha accolto con favore la sentenza attraverso una dichiarazione formale di un portavoce, sostenendo che la pronuncia del giudice ha confermato la posizione dell'azienda secondo cui la causa fosse del tutto priva di fondamento: «McDonald's fornisce risorse solide per garantire che i nostri affiliati possano avere successo; il nostro successo è legato al loro successo». Sul fronte opposto, Steve Art, l'avvocato che rappresenta gli affiliati afroamericani, ha preferito non rilasciare commenti immediati, spiegando di voler attendere che i suoi clienti abbiano la possibilità di esaminare attentamente il testo della sentenza.

Questa vertenza non è un episodio isolato. La sentenza di lunedì ricalca da vicino una decisione già presa dal giudice Seeger nel mese di marzo relativa a una causa separata promossa da un singolo affiliato nero. Al momento sono attivi tre procedimenti legali pendenti davanti allo stesso giudice, che coinvolgono complessivamente ottanta affiliati pronti ad accusare McDonald's di una prassi di discriminazione razziale protrattasi per decenni.

In precedenza, l'ex procuratrice Lynch aveva difeso la catena anche in una causa promossa dall'imprenditore dei media Byron Allen, il quale accusava la società di aver intenzionalmente escluso i media di proprietà di cittadini neri da gran parte del budget pubblicitario. La vicenda si è conclusa lo scorso anno con un accordo privato tra le parti, nel quale McDonald's ha negato ogni addebito. Il colosso degli hamburger può quindi festeggiare un deciso ridimensionamento dell'impianto accusatorio, che ha trasformato una causa collettiva potenzialmente colossale in un contenzioso molto più circoscritto focalizzato su specifiche clausole contrattuali.

Spunto di cronaca: Dissapore

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