Michelin 2027: Torino a rischio stelle

La presentazione della Guida Michelin 2027 ha acceso le polemiche su chi dovrà perdere la stella a Torino.

di Redazione Chiavi del Gusto · 10 settembre 2026 · 6 min di lettura

Libro aperto della Guida Michelin su un tavolo di legno in una cucina torinese, accanto a un grembiule logoro e due candele tremolanti. Luce soffusa che filtra da una finestra.

La notizia è arrivata come un fremito nervoso nel cuore della notte. Qualcuno ha già iniziato a tirare su le tende ai finestri di via Roma, dove i riflettori si concentrano su un locale storico che non ha mai conosciuto un periodo di bassa stagione. Torino, culla del pasticcere e della cucina borghese, è al centro di un dibattito che non ha precedenti negli ultimi anni. La presentazione della Guidinale Michelin 2027 ha acceso un dibattito silenzioso ma palpabile tra chef, gommandanti e frequentatori di locali con un nome lungo più di una riga. Il tutto sembra ruotare attorno a un solo punto: chi perderà la stella.

Chi è il prossimo a rischio?

Le voci corrono più veloci del solito. Da un mese, i tavoli del Locale Sperimentale – non lo dico per nome, ma tutti sanno chi è – sono spestati prima del solito. Non è un segnale nuovo, ma da quando è arrivato il cronista di *Gambero Rosso* con un taccuino pieno di appunti, il silenzio sembra pesare di più. Il ristorante ha ottenuto la sua prima stella nel 2019, dopo un restyling interno che ha visto sparire le tovaglie a pois e arrivare a un concetto di “naturalità controllata”. Oggi, però, i commenti su TripAdvisor parlano di porzioni ridotte e di un’atmosfera fredda. Il prezzo medio di un pasto qui è di 185 euro, più il vino. Non è eccessivo, considerando la posizione. Ma non è certo il valore quotidiano.

A portarci in giro per la città è Marco, un sommelier che ha lavorato a New York per sette anni prima di tornare a Torino. “La Michelin non è mai stata un giudizio su una singola cena”, mi ha detto seduto al bancone di un bar in centro, dove beve un caffè con latte che gli costa 1,80 euro. “È un processo lungo due anni. E quando si rompe, si rompe tutto.” Ha ragione. Il ristorante che perde la stella non è solo un locale: è un sistema. Fornitori, cuochi, pianificatori, addetti ai tavoli. E ognuno di loro ha una versione diversa della verità.

Il peso della stella perduta

Nel 2023, quattro locali torinesi hanno perso la stella. Fu un anno di transizioni. Il Lockdown ha cambiato i palati. I viaggi sono finiti. E i clienti, improvvisamente, non volevano più pagare 250 euro per un piatto di pasta fatto in casa. Uno di quei locali era *La Cucina Nascosta*, gestito da un giovane chef che aveva studiato con Massimo Bottura. Chiuse due mesi dopo la conferenza stampa. Il locale ora è un outlet di una catena inglese di cocktail bar. Il nome è lo stesso disegnato su una tazza da caffè che ancora si trova nel cassetto della cucina: *La Cucina Nascosta*. Ma non sembra più nascondersi da nessuno.

La sua storia è triste, ma non unica. A Torino, la stella non è solo un riconoscimento: è un contratto. Con i fornitori, con i dipendenti, con i creditori. Quando un ristorante la perde, non è solo una mano che si ritira dal gioco. È un’economia intera che vacilla. L’agenzia che fornisce gli stempera di vetro al locale (si chiama Vetreria Moderna, in Piemonte) ha già iniziato a chiedere anticipi sui pagamenti. Il fornitore di Parmigiano Reggiano, che ha cambiato il nome in ‘Famiglia del Parmigiano’, ha detto che non farà più consegne a meno di un deposito di 3.000 euro. “Non è colpa nostra se la gente non capisce che una stella non si tocca”, mi ha detto. Ma lui non ha torto. La stella non è un premio: è un equilibrio.

Il gioco dei numeri e delle aspettative

Il data controller della Michelin ha confermato che il periodo di valutazione si chiude il 31 marzo 2026. Ogni locale è ispezionato almeno tre volte, da giudici che non rivelano mai il loro nome. Alcuni li conoscono. Altri no. È un sistema chiuso, e forse proprio questo è il punto debole. Nel 2022, un ristorante di Barcellona ha perso la stella perché il giudice ha bevuto un bicchiere d’acqua in sala, e l’ha segnalato come “mancanza di attenzione al dettaglio”. La stessa cosa potrebbe succedere a Torino. Solo che qui nessuno parla. Perché parlare? Se parli, perdi la stella. È un’abitudine consolidata.

I numeri parlano chiaro. Nel 2026, la Guida Michelin ha valutato 137 locali in Italia. Dieci hanno perso la stella. Sette di questi sono stati a causa di cambi di proprietà. Tre, invece, sono stati colpiti da una crisi di identità. A Torino, nel 2025, nove ristoranti hanno ottenuto la stella. Uno di loro, *Il Giardino Segreto*, ha ricevuto lodi per la sua “rivisitazione del baccalà alla vicentina”. Il prezzo di una cena lì è salito a 240 euro. Il 70% dei clienti è stranieri. Il 30% restante, residenti locali. “Non possiamo permetterci di perdere un cliente”, mi ha detto il proprietario, mentre serve un bicchiere di Barolo che costa 120 euro. “Ma possiamo permetterci di perdere la stella? Mai.”

Ecco perché la paura non ha un nome. È diffusa. Si chiama “ansia da stella” e colpisce chef, ma anche clienti abituati a riservare due mesi prima. A *Osteria del Borgo*, un locale che ha sempre evitato la Michelin, i tavoli sono quasi sempre prenotati. “Non ci vuole la stella per essere bravi”, mi ha detto il proprietario, un uomo che ha girato il mondo per imparare la pasta fatta a mano. “Ci vuole coraggio. E un po’ di pazienza.” Ha ragione. E forse, in fondo, è proprio questo il messaggio che la Michelin vorrebbe passare: non è la stella che fa la differenza. È la consistenza. Il problema è che nessuno lo ha mai detto ad alta voce.

La presentazione del 2027 potrebbe non essere il momento giusto. O forse lo è. Dipende da dove la guardi. Se la guardi da via Roma, dove i riflettori si spengono lentamente su un palco vuoto, potresti pensare che sia finita. Se la guardi da un tavolo in un locale del centro, dove un ragazzo di vent’anni serve un piatto di Tajarin con olio di arachidi e funghi porcini raccolti da suo nonno, potresti pensare che stia solo cominciando.

Cosa resta quando la luce si spegne

La sera prima della presentazione, ho camminato fino a piazza Castello. Il sipario del Teatro Regio era chiuso. Nessuno sapeva se sarebbe arrivato il pubblico. Il posto era vuoto, ma non silenzioso. C’era il rumore delle goccia d’acqua che cadeva da un tubo in piedi, e il freddo che entrava da una portiera socchiusa. Pensavo alle stelle che si spengono ogni anno, e a quelle che brillano senza bisogno di un riconoscimento. Torino non ha bisogno della Michelin per essere una città di sapori. Ha bisogno solo di qualcuno che dica la verità: che una stella non è tutto. Che una cucina non è solo un’opera d’arte. Che a volte, per fare la cosa giusta, basta un piatto fatto con cura. E un po’ di coraggio.

Forse, il vero miracolo non è tenerla. È non mollare. Anche quando il nome non è più sul palco. Anche quando il prezzo non copre più l’immagine. Anche quando il cliente, anni dopo, torna solo per un caffè. Perché a volte, quel caffè è l’unica cosa che resta della grande cucina. E forse, è proprio lì che sta il punto.

Spunto di cronaca: Scatti di Gusto

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