Pausa pranzo, prezzi su del 368%: torna la schiscetta
Mangiare fuori durante l'orario di lavoro costa fino all'8% in più rispetto a un anno fa: il tramezzino con acqua e caffè arriva a 7 euro.
di Alessandro Ratti · 27 settembre 2026 · 3 min di lettura

Un tramezzino, una bottiglietta d'acqua da mezzo litro, un caffè. Fino a 7 euro. È il prezzo della pausa pranzo più frugale, quella che fino a poco tempo fa si liquidava con qualche spicciolo in tasca. Oggi non è più così, e a certificarlo sono i numeri dell'Osservatorio Nazionale Federconsumatori.
Mangiare fuori durante l'orario di lavoro costa fino all'8% in più rispetto allo scorso anno. Se poi si allarga lo sguardo a venticinque anni di listini, la crescita tocca un incredibile +368%: una corsa che ha trasformato il pranzo di mezzogiorno in una voce di spesa tutt'altro che trascurabile.
Il conto del pranzo fuori casa
Basta poco per far salire la cifra. Un piatto di pasta, una bottiglietta d'acqua, un dessert e l'immancabile espresso: il conto medio arriva a 16,19 euro. Cinque giorni così fanno circa 81,00 euro a settimana. Su base annua si oscilla tra i 2.760 e i 3.250 euro, a seconda che ci si conceda qualche pranzo completo oppure ci si accontenti di scelte più veloci.
Cifre che pesano ancora di più perché gli stipendi restano sostanzialmente fermi, mentre carburanti, bollette e carrello della spesa continuano a salire.
Gelato, tramezzini, acqua: i rincari voce per voce
Scorrendo i singoli prodotti degli ultimi venticinque anni, il gelato segna +368%, il tramezzino +355%, la pizzetta rossa +335%. Persino la classica bottiglietta d'acqua da mezzo litro è salita del 323%. Nessuna voce, nemmeno la più banale, è rimasta al riparo.
La rivincita della schiscetta
Davanti a questi listini molti dipendenti si sono riorganizzati. C'è chi acquista piatti pronti o prodotti monodose tra le corsie dei supermercati e della grande distribuzione organizzata. Ma la vera regina della resistenza al caro-vita resta lei, la cara e vecchia schiscetta preparata a casa: portarsi il pranzo da casa garantisce un risparmio netto di circa il 75% rispetto alle uscite al bar o alla tavola calda.
Un pasto medio fatto in casa si attesta sui 4,90 euro, e con un minimo di pianificazione si può scendere sotto la soglia dei 2 euro. Federconsumatori consiglia di prediligere ingredienti di origine vegetale, sostituendo le più costose proteine animali con i legumi, e di adottare qualche trucco di cucina: cuocere farro o cereali in pentola a pressione per più giorni con un'unica cottura riduce i tempi e alleggerisce pure la bolletta del gas.
Buoni pasto e prezzi da monitorare
Gli sforzi individuali dei lavoratori, però, non bastano a risolvere un problema sistemico. Dall'associazione arriva una richiesta precisa rivolta alle istituzioni: «in primo luogo, chiediamo un innalzamento del valore dei buoni pasto, spesso del tutto insufficienti a fronte degli aumenti registrati negli ultimi anni».
Il secondo fronte riguarda l'intera filiera della ristorazione e del commercio. Non tutti i rincari appaiono giustificati dai costi energetici o delle materie prime: «sollecitiamo un monitoraggio puntuale e continuo dei prezzi praticati da bar, tavole calde, mense, punti di ristoro e gdo. Gli aumenti registrati risultano, infatti, in molti casi, sproporzionati rispetto all'effettivo andamento dei costi di gestione e potrebbero risentire, spesso, di dinamiche poco trasparenti e volontà speculative».
Nel frattempo i lavoratori continuano ad adattarsi, tra ricette fantasiose, contenitori termici e pause pranzo al risparmio. Resta aperta una domanda: chi controllerà davvero quei listini, e con quali strumenti.
Spunto di cronaca: Dissapore
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