Riso in crisi: produzione ai minimi e l'ipotesi nucleare

Campi allagati in Asia, prezzi in salita, forniture traballanti: cosa sta succedendo davvero al chicco che nutre metà del pianeta.

di Elena Marchetti · 6 settembre 2026 · 6 min di lettura

Risaia allagata con un contadino che osserva i danni al raccolto di riso

In una cascina del Vercellese l'odore di riso appena trebbiato di solito riempie le giornate di fine agosto. Quest'anno no. Le risaie sono ancora in parte allagate, i contadini parlano di semine rinviate, di ettari persi. La stessa scena, in scala molto più grande, si replica nelle pianure del Mekong, nel delta del Gange, nelle province cinesi dello Hunan e del Jiangxi: il raccolto 2026 si annuncia come uno dei peggiori degli ultimi decenni.

I numeri che girano tra gli analisti di mercato sono brutti. La FAO ha rivisto al ribasso le stime di produzione globale di riso, fermandole attorno ai 518 milioni di tonnellate: un taglio di quasi il 2% rispetto al 2025, che già era stato un anno difficile. In India, primo esportatore mondiale, le superfici coltivate si sono ridotte di circa 1,5 milioni di ettari. In Thailandia il calo tocca il 7%. E nelle Filippine, importatore storico, il governo ha dovuto varare un piano d'emergenza per garantire le scorte nazionali.

Tre concause, intrecciate fra loro. Il cambiamento climatico, con ondate di caldo anomalo e piogge torrenziali fuori stagione che hanno devastato le risaie indiane e pakistane. L'instabilità politica, con restrizioni all'export indiane che vanno avanti dal 2023 e tensioni logistiche lungo le rotte del Mar Rosso. L'aumento dei costi di produzione, fertilizzanti in primis, che ha eroso i margini dei coltivatori e spinto molti a riconvertire i campi. Risultato: il prezzo internazionale del riso thai al 5% è salito a circa 635 dollari a tonnellata, il livello più alto dal 2008.

Dal delta del Mekong alle tavole europee: la filiera trema

L'effetto domino parte subito. L'India, che lo scorso anno aveva imposto dazi del 20% sulle esportazioni di riso bianco non Basmati, ha esteso i dazi anche alle varietà parboiled, complicando i contratti con l'Africa occidentale. L'Indonesia, secondo importatore mondiale, ha annunciato un piano da 5 miliardi di dollari per ammodernare le proprie infrastrutture irrigue. La Cina, invece, ha accelerato gli acquisti da Vietnam e Myanmar, sottraendo volumi al mercato libero.

Noi in Europa lo percepiamo poco al supermercato, perché il riso che mangiamo è in larga parte coltivato in Italia, Spagna e Grecia. Ma i listini all'ingrosso raccontano un'altra storia: il riso Thai Hom Mali ha superato i 1.400 euro a tonnellata, con un balzo del 18% in sei mesi. E i ristoratori, dalla Lombardia alla Sicilia, segnalano un primo allarme: i costi della materia prima sono aumentati dal 10 al 15%, a fronte di menu che faticano a essere ritoccati.

C'è poi un capitolo italiano che merita di essere raccontato. La Pianura Padana, dove si concentra oltre il 50% della produzione europea di riso, ha affrontato una delle stagioni più complicate degli ultimi trent'anni: gelate tardive ad aprile, piogge eccezionali a giugno, grandinate a luglio. Il raccolto 2026 sarà con ogni probabilità inferiore di almeno il 12% rispetto alla media, con punte del 20% nelle aree tradizionalmente più produttive della Lomellina.

Le tre vie d'uscita: tecniche, politiche, scientifiche

La filiera risicola prova a rispondere su tre fronti. Sul piano tecnico, le nuove varietà ibride sviluppate dall'IRRI (l'Istituto internazionale di ricerca sul riso, con sede a Manila) promettono rese superiori del 20% con minor consumo d'acqua, ma i tempi di adozione restano lunghi e i piccoli agricoltori asiatici faticano ad accedervi. Sul piano politico, l'ASEAN ha avviato un meccanismo di coordinamento delle scorte, simile a quello già sperimentato per il petrolio. Sul piano scientifico, infine, si moltiplicano le ricerche su risi tolleranti alla salinità e su colture alternative come il fonio africano.

E qui entra in gioco l'ipotesi che ha fatto discutere nelle ultime settimane: il cosiddetto "riso nucleare". Non un OGM, ma un riso ottenuto tramite mutagenesi indotta da radiazioni, una tecnica usata da decenni in agricoltura e oggi rilanciata dai laboratori giapponesi e cinesi per ottenere varietà resistenti al calore, alla siccità e ai parassiti. La Nuclear Energy Agency ha inserito il progetto tra le sue priorità 2026-2028, con un finanziamento iniziale di 80 milioni di dollari.

Riso mutagenizzato: opportunità o scommessa?

La tecnica, di per sé, non è nuova. Varietà come il riso Calrose 76 o lo Yumen 13 devono la loro origine proprio a trattamenti con radiazioni o sostanze chimiche mutagene. La differenza, oggi, sta nella precisione: il sequenziamento del genoma permette di individuare le mutazioni utili con una rapidità impensabile fino a dieci anni fa. Il risultato sono piante più compatte, con cicli colturali più brevi e una tolleranza molto maggiore agli stress idrici.

Resta il tema della percezione. In Europa il quadro normativo è rigido: le varietà ottenute per mutagenesi sono assimilate agli OGM e richiedono autorizzazioni lunghe, mentre in Asia il discorso è diverso. La Cina ha già iscritto due nuove varietà nel proprio registro nazionale, e il Vietnam le sta testando nelle province del Mekong. Sul piano del gusto, le prime analisi sensoriali descrivono profili aromatici simili ai risi tradizionali, ma serviranno almeno tre cicli produttivi per confermarne la stabilità.

Cosa cambia per chi cucina, oggi

Per chi sta ai fornelli, la traduzione pratica è semplice: i prezzi salgono, le scelte si riducono. Il Carnaroli, il Vialone Nano, l'Arborio restano pilastri della cucina italiana, ma i costi delle materie prime stanno erodendo i margini delle riserie e dei ristoratori. Alcune insegne, lo abbiamo visto in questi mesi, hanno già rivisto i menu sostituendo il riso con cereali alternativi come farro o miglio. Non è una moda, è una necessità economica.

La partita vera si gioca altrove, però, e riguarda la capacità delle filiere di adattarsi a un clima che non concede più sconti. Le risaie italiane, con i loro 220.000 ettari coltivati, sono un patrimonio unico, ma sono anche un sistema fragile. Le nuove varietà, la gestione idrica di precisione, le tecniche di minima lavorazione del suolo sono strumenti concreti. Servono però investimenti, ricerca, e una politica agricola comune che non tratti il riso come una commodity qualunque.

Una domanda, alla fine, resta aperta: saremo capaci di ripensare un alimento che mangiamo da ottomila anni senza snaturarlo, oppure la prossima crisi ci costringerà a farlo in emergenza, senza tempo per scegliere? Dalle risaie della Lomellina ai laboratori di Hanoi, la risposta si sta scrivendo proprio adesso.

Per ora, una certezza. Il piatto di riso che arriva in tavola questa sera, qualunque varietà sia, è il frutto di un equilibrio sempre più precario tra clima, mercato e scienza. Un equilibrio che, per la prima volta da generazioni, non possiamo dare per scontato.

Spunto di cronaca: Dissapore

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