Saboris Antigus 2026, nove comuni in festa
La tredicesima edizione parte il 25 ottobre tra Trexenta e Sarcidano.
di Giulia Ferrero · 25 settembre 2026 · 5 min di lettura

Il comunicato è arrivato in redazione mentre fuori pioveva fitto su Milano, quel grigio che fa venir voglia di sole e pietra calda. Venticinque settembre 2026, ore nove e diciassette: Dissapore batte la notizia, noi la leggiamo pensando già all'asfalto che taglia i campi di grano verso Guasila. Tredicesima edizione, numeri che pesano: nove comuni, quarantasette giorni di calendario, dal 25 ottobre al 10 dicembre. Non una sagra qualunque, ma un tentativo ostinato di tenere insieme filiere che altrove si sono spezzate.
Trexenta e Sarcidano. Due nomi che sanno di argilla e calcare, di ulivi contorti e vigneti a spalliera bassa che reggono il vento di scirocco. Guasila, Senorbì, Nurri, Mandas, Serri, Isili, Nurallao, Laconi, Villanovafranca: l'elenco scorre e ciascuno porta un peso specifico. Non sono vetrine. Qui il pane civraxiu si cuoce ancora nel forno a legna del paese, il formaggio non arriva dal continente in cassetta refrigerata. La formula non cambia: aprire le corti, far parlare chi alleva, chi macina, chi vinifica. Chi c'è dietro, appunto.
Il calendario e i paesi
Si parte sabato 25 ottobre a Guasila, capitale del grano duro e del pane che profuma di crusca e tempo. Poi il testimone passa a Senorbì il weekend successivo, tra le anfore di terracotta che ancora qualcuno usa per il vino. Novembre è il mese centrale: Nurri e Mandas a contendersi le domeniche, Serri con i suoi tacchi calcarei a fare da quinta naturale per i formaggi a latte crudo. Isili apre le porte dei laboratori di filigrana accanto alle cantine, un accostamento che sulla carta stride ma qui ha senso: l'oro e il vino, le mani che torcono il metallo e quelle che potano la vite. Chiude Laconi il 7 e 8 dicembre, ponte dell'Immacolata, con i boschi di leccio che scendono fino al paese.
Attenzione: non è un tour enogastronomico da pullman. Le distanze si mangiano tempo, le strade provinciali si restringono tra i muri a secco. Noi lo diciamo chiaro: serve l'auto, serve voglia di guidare piano, serve prenotare l'agriturismo a settembre se non volete dormire a Cagliari e fare due ore al giorno. I prezzi? Onesti, per ora. Una cena completa dai produttori sta tra i trenta e i quarantacinque euro, vini inclusi. Ma i posti sono contati, spesso trenta coperti a serata. Chi prima arriva.
Non solo degustazioni
Il programma 2026 spinge sull'esperienza diretta. Laboratori di panificazione con le madri lievito custodite da generazioni, trekking guidati ai nuraghi che svettano sui vigneti di Bovale, visite ai caseifici dove la cagliata si rompe ancora a mano. A Villanovafranca hanno organizzato una verticale di Mandrolisai doc che parte dal 2015: sei annate, sei storie di pioggia e siccità. A Nurallao si prova la mungitura serale, poi si mangia il latte appena coagulato con miele di corbezzolo. Sono dettagli che fanno la differenza tra un festival e una fiera.
C'è un però. La comunicazione istituzionale insiste sul "racconto dell'identità", frase che suona bene nei convegni ma rischia di svuotarsi. Alcuni produttori, parlando fuori dai microfoni, lamentano la fatica di aprire le aziende per due giorni e poi restare soli per undici mesi. La logistica dei trasporti per i piccoli volumi rimane un nodo irrisolto. Il festival funziona come volano, ma non risolve la fragilità strutturale di chi fa qualità in montagna. Lo scriviamo perché sia chiaro: non è una cartolina, è un'economia.
Le date da segnare
Segnate in agenda: 25-26 ottobre Guasila, 1-2 novembre Senorbì, 8-9 novembre Nurri, 15-16 Mandas, 22-23 Serri, 29-30 Isili, 6-7 dicembre Laconi, 13-14 Nurallao, chiusura 20-21 dicembre a Villanovafranca. Ogni comune gestisce il proprio calendario, il sito unico aggiorna in tempo reale. Quest'anno hanno aggiunto una navetta sperimentale tra Mandas e Serri il sabato pomeriggio: parte alle quattordici, rientra a mezzanotte. Un segnale, piccolo ma concreto.
Il vino merita un capitolo a parte. Il territorio esprime Bovale sardo, Monica, Cannonau, ma anche Nuragus e Vermentino che qui hanno acidità tagliente, niente a che vedere con le versioni costiere. A Guasila assaggerete il Bovale di Cantina Lilliu, fermentazione spontanea, zero solforosa aggiunta. A Isili il Monica di Pala, vigne a piede franco su granito. Portate a casa le bottiglie: in continente non le trovate, o le pagate il doppio. Il consiglio è banale ma necessario: designate driver.
Il vino che manca all'elenco
Manca all'appello, nel comunicato ufficiale, qualsiasi riferimento al progetto di filiera corta sul grano Cappelli che coinvolge tre mulini della Trexenta. Peccato, perché il pane di quel grano — alto, scuro, alveolatura irregolare — è la colonna vertebrale gastronomica di tutto il festival. Ne abbiamo parlato con il mugnaio di Senorbì, un uomo che pesa le parole come la farina: "Senza il prezzo giusto al quintale, la festa dura un weekend. Noi restiamo tutto l'anno". La sua voce non compare nel programma. Forse sarebbe il caso di ascoltarla.
L'ultima settimana di novembre, tempo permettendo, la strada per Nurri regala controluce che valgono il viaggio da soli. I tacchi si accendono d'oro basso, le vigne sono scheletri neri su terra rossa. Saboris Antigus non risolve i problemi della Sardegna interna, nessuno se lo illude. Ma per quarantacinque giorni costringe a guardare in faccia chi resiste. E a comprare il loro pane, il loro formaggio, il loro vino. Il resto è rumore di fondo.
Spunto di cronaca: Dissapore
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