Starbucks e i lavoratori Usa: la lotta sindacale diventa film
Un documentario con Susan Sarandon racconta cinque anni di battaglie nei bar americani.
di Redazione Chiavi del Gusto · 6 settembre 2026 · 5 min di lettura

Al bancone del negozio di Buffalo, New York, è successo qualcosa di strano nel dicembre 2021: i baristi hanno appeso un foglio con i loro nomi e scritto sopra, a mano, "vogliamo unirci". Niente volantini urlati, niente manifestazioni oceaniche. Solo una porta di vetro, un turno serale e un caffè ormai freddo. Da quel gesto è partita la campagna di organizzazione sindacale più lunga mai tentata dentro una catena di caffè americana.
Cinque anni dopo, Starbucks continua a negare l'evidenza e i lavoratori raccontano. Lo fanno in un documentario che ha già un volto noto, quello di Susan Sarandon, prodotto da Field of Vision e diretto da Brett Story. Noi non l'abbiamo ancora visto, ma i trailer e le sinossi circolate raccontano di baristi che parlano in faccia ai manager, di schede tolte a chi firma la tessera sindacale, di turni ridotti come moneta di scambio silenziosa. Roba che in Italia conosciamo bene, altrove ha ancora il sapore della notizia.
Cosa è cambiato dal 2021 a oggi nei bar americani
Partiamo dai numeri: al picco dell'onda, oltre 350 negozi Starbucks avevano depositato domanda di elezione sindacale. La maggior parte ha votato a favore. La maggior parte, non tutti. Starbucks ha risposto chiudendo alcuni punti vendita "per ristrutturazione", ha assunto avvocati specializzati in diritto del lavoro, ha speso milioni in consulenze anti-sindacali che aziende come Amazon e Whole Foods conoscono a memoria.
Chi è rimasto racconta un clima deteriorato. Pause negate, orari ballerini, benefit ridotti. La paga base, attorno ai 15 dollari l'ora, resta un argomento divisivo: per alcuni è dignitosa, per altri tradisce la distanza fra il listino di Wall Street e il salario reale di chi sta otto ore a fare latte macchiati. La multinazionale nega, presenta i suoi dati di retention, parla di "ascolto dei partner". La parola "partner" è il cuore della facciata: Starbucks li chiama così dal 1988, i dipendenti ormai storcono la bocca.
Sarandon, il cinema e il peso di una voce fuori campo
Susan Sarandon nel progetto non fa la testimonial né la narratrice distaccata. La sua voce si intreccia alle storie di tre baristi in tre città diverse, Buffalo, Seattle, una cittadina del Tennessee. È un'attrice che ha sempre scelto ruoli scomodi, qui presta il suo timbro a una causa che ha bisogno di tempo, non di una celebrity di passaggio. Il documentario arriva in un momento politicamente denso: il National Labor Relations Board ha più volte riscontrato pratiche scorrette da parte dell'azienda, Starbucks ha patteggiato in alcuni casi e contestato in altri.
Non tutto convince. Il rischio di un film-simbolo è quello di trasformare una vertenza complessa in parabola morale, buoni contro cattivi. I baristi che abbiamo letto intervistati altrove raccontano sfumature: colleghi che non vogliono iscriversi, manager che non sono tutti mostri, quartieri dove il sindacato cambia davvero la giornata e altri dove resta una sigla lontana. Un documentario onesto dovrebbe tenere insieme queste tensioni. Vedremo se questo lo fa.
Perché in Italia si guarda con un certo distacco
Da noi la parola "sindacato" dentro un bar fa sorridere. Cgil, Cisl, Uil nei locali sono roba da grande distribuzione, non da caffetteria di catena. Eppure qualche incrocio c'è: i riders delle piattaforme, i lavoratori della logistica che riforniscono i magazzini, perfino gli addetti delle catene di caffè torrefatto stanno sperimentando forme nuove di rappresentanza, spesso nate dal basso, spesso informali. Starbucks in Italia, presente con punti vendita che usano il marchio o format locali affiliati, non è ancora terreno di battaglia sindacale. Ma il modello esporta anche questi problemi, non solo i Frappuccino.
C'è un aspetto che ci inquieta: la distanza fra la narrazione del brand e la realtà dei turni. Starbucks racconta il "third place", quel luogo che non è casa né ufficio, il suo genius marketing. Noi che ci sediamo al bancone per un flat white vediamo un design curato, Wi-Fi gratuito, una gentilezza standardizzata. Vediamo meno chi serve quel caffè alle sei del mattino, chi pulisce i tavoli durante il pranzo, chi chiude a mezzanotte con la moon cup in mano. Il film prova a mettere a fuoco proprio quel divario.
La produzione del documentario si è appoggiata a Field of Vision, etichetta legata al New York Times, e a Brett Story, regista canadese già noto per lavori sullo spazio pubblico e le sue geometrie di potere. La scelta non è casuale: raccontare Starbucks vuol dire raccontare un'idea di città, non solo un'azienda. Sarandon, dice la produzione, ha accettato di lavorare senza compenso, devolvendo la sua quota a un fondo di solidarietà per i lavoratori in sciopero.
Cosa chiedono davvero i baristi, al netto dei manifesti
Le rivendicazioni, a leggerle bene, sono modeste. Nulla di eversivo. Salari che tengano il passo dell'inflazione, turni stabili, malattia pagata, niente più decurtazioni per chi tenta di organizzarsi. Il contratto sindacale, quando è arrivato nei primi negozi, ha portato aumenti dell'ordine di pochi dollari l'ora e qualche clausola sulla trasparenza degli orari. Cifre che in Europa sembrano il minimo sindacale, negli Usa sono ancora un terreno di scontro.
Starbucks, dal canto suo, ha risposto con la sua arma preferita: la comunicazione. Nuovi benefit, programmi di formazione interni, persino un'app per segnalare i problemi sul posto di lavoro. La mossa è trasparente: rendere il sindacato non necessario. È la stessa strategia che Amazon coltiva da anni con le sue survey di engagement, che Google usa con i suoi campus da resort. Funziona con una parte della forza lavoro, fallisce con un'altra. Ed è su quel margine che il film lavora.
Noi, da questa redazione, restiamo con una domanda aperta: se il documentario avrà distribuzione italiana, come lo guarderemo? Come opera di attualità americana, o come specchio di un mondo del lavoro che cambia ovunque, anche dove non ci sono cammelli verdi sulla porta. La risposta, probabilmente, la daremo al primo bicchiere di caffè bevuto da qualcuno che lavora davvero per servirci.
Spunto di cronaca: Dissapore
Newsletter
Il meglio di food, wine e travel ogni lunedì
Ricevi gli ultimi 10 articoli selezionati dalla redazione, una volta a settimana.



