Terra Madre 2026: la biodiversità al centro per salvare il pianeta

La manifestazione a Torino ha messo la biodiversità al centro, con interventi di Mattarella e ricordi a Carlo Petrini.

di Elena Marchetti · 26 settembre 2026 · 7 min di lettura

Terra Madre 2026 a Torino con produttori da tutto il mondo al centro della biodiversità

A Torino, questi giorni, la biodiversità è il tema centrale di Terra Madre – Salone del Gusto 2026. Il titolo ufficiale della manifestazione lo dice tutto: “Biodiversity – Be diversity”. Un messaggio chiaro, ripetuto in tante voci, da quelle del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a quelle dei rappresentanti di Slow Food da tutto il mondo. La biodiversità, valore universale, è àncora di salvezza per la sopravvivenza del pianeta, eppure concetto ancora oggi sottovalutato e bisognoso di essere difeso, promosso.

Biodiversitaà e cultura: il discorso di Mattarella

Mattarella ha aperto la cerimonia inaugurale con un intervento ampio, che parte dalla diversità della natura per arrivare a quella della cultura. “La biodiversità: il gigantesco patrimonio che protegge la salute umana, connota l’ambiente e la nostra vita”, ha detto. “La molteplicità genetica ha permesso al genere umano di svilupparsi nei millenni. Senza responsabilità, senza cura di questa ricchezza, l’uomo può comprimerla fino a distruggerla, e a distruggersi”.

Il Presidente ha sottolineato come la biodiversità richieda politiche nazionali e sovranazionali che le attribuiscano il giusto valore. “La biodiversità è anche una grande questione culturale e sociale, che riguarda le persone e l’habitat in cui vivono”, ha aggiunto. Poi ha ricordato l’inserimento della biodiversità nella Costituzione italiana, e ha citato Papa Francesco con l’Enciclica Laudato Si’: “l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme” e “non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale”.

Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, si è rivolta ai protagonisti di Terra Madre, i coltivatori di tutto il mondo. “Siate e coltivate la diversità: perché significa credere in un’altra idea di mondo, un mondo nel quale il cibo buono pulito e giusto è diritto di tutte e tutti”, ha detto. “Nel quale l’acqua, la terra, l’aria, le piante e gli animali, cioè le basi biologiche della vita, sono sacre e come tali rispettate. E questo, se per sopravvivere avete bisogno di nutrirvi, vi riguarda”.

Edward Mukiibi, presidente di Slow Food internazionale e primo dopo Carlo Petrini, ha messo l’accento sull’aspetto rivoluzionario del cibo e della biodiversità. “Siamo qui per rifiutare la fame, l’ingiustizia, i nazionalismi, la guerra e la distruzione della biodiversità. Siamo qui per affermare una visione diversa”, ha detto. ‛Una visione fondata sulle comunità, sulla solidarietà e sulla cura della Terra. E soprattutto siamo qui perché crediamo che il cibo possa essere una forza di trasformazione”.

Il cambiamento, ha aggiunto Mukiibi, richiede fiducia e unità. ‛Fiducia nelle nostre comunità. Unità oltre i confini. La consapevolezza che piccole azioni, moltiplicate per milioni di persone, possano trasformare il mondo”. E quando le generazioni future ci chiederanno che cosa abbiamo fatto in questo momento di crisi, la risposta sarà semplice: “Abbiamo scelto la vita invece dell’indifferenza. Abbiamo scelto la cooperazione invece della divisione. Abbiamo scelto la biodiversità invece dell’uniformità. Abbiamo scelto la pace invece del conflitto”.

Storie di resistenza e cura della terra

Ireri Elisa Origel Rodriguez, delegata Slow Food dal Messico in rappresentanza del continente americano, è partita dalla sua esperienza per inquadrare la biodiversità come un sistema. “Son cresciuta in una città industriale, profondamente urbana, dove era naturale comprare il cibo al supermercato. La campagna era lontana dalla nostra vita quotidiana”, ha detto. ‛Il mio avvicinamento all’agricoltura è iniziato con qualcosa di molto piccolo: un albero di fico piantato da mia madre nella nostra casa di famiglia. Poi è arrivato un orto urbano”.

Ho compreso che dietro ogni pasto ci sono un territorio, semi, acqua, biodiversità, conoscenze, lavoro e cura. Ho capito anche che nessuno nutre il mondo da solo. Dipendiamo dagli altri. Dipendiamo dalla terra. Dall’acqua. Dai semi. Dagli impollinatori. Dai cicli della natura. Siamo parte di un ecosistema di relazioni”, ha concluso. Una riflessione che si concretizza in tante iniziative presentate durante la manifestazione.

Yuliia Pitenko, Ucraina, per Slow Food Europa, ha raccontato la guerra in Ucraina e il suo impatto sulla biodiversità alimentare. ‛Quando è iniziata linvasione su larga scala dell’Ucraina, molti agricoltori sono rimasti il più a lungo possibile nelle loro terre, perché un agricoltore non può semplicemente andarsene: ci sono animali da nutrire e campi di cui prendersi cura”. Ma la guerra è continuata e, nella regione di Zaporiżżja, alcuni allevatori sotto le bombe sono stati costretti a vendere le vacche della razza locale Red Steppe, inserita nell’Arca del Gusto. Gli animali erano destinati al macello e rischiavamo di perdere una parte della biodiversità alimentare ucraina.

Allora Polina Zhovtiak, allevatrice della regione di Dnipro, ha chiesto aiuto alla comunità Slow Food. Un piccolo gruppo ha raccolto fondi personali per acquistare gli animali e affidarli a Polina. Oggi Polina si prende cura di circa sessanta vacche nella sua Slow Food Farm, non lontano dalla linea del fronte. Per aiutarla è nato il progetto Adopt a Cow. Le persone sostengono economicamente l’azienda e ricevono in cambio i suoi prodotti.

Mohamed Abdikadir Somo, dalla Somalia per tutta l’Africa, ha raccontato il progetto Slow Food Mille Orti in Africa, che si è trasformato in Diecimila Orti in tutto il continente. ‛In molti Paesi, giovani e donne hanno trasformato gli orti in centri di apprendimento, biodiversità, dignità e speranza”, ha detto. ‛In tutta l’Africa abbiamo imparato che il cibo può riunire comunità divise attorno alla stessa tavola. Un orto può offrire ai giovani competenze e motivazioni per costruire il proprio futuro a casa”.

Quando gli shock climatici distruggono i mezzi di sostentamento, ha aggiunto, l’agroecologia e la biodiversità possono aiutare le comunità a riprendersi. Un’esperienza simile è avvenuta in Asia. ‛Lo scorso settembre una grave alluvione ha colpito la nostra comunità indigena di Hualien. Non siamo rimasti a guardare. La comunità si è immediatamente unita per rimuovere il fango, condividere i pasti e ripristinare il territorio”, ha raccontato qualcuno che non ha specificato il proprio nome. E questo spirito di cura è presente in tutta l’Asia.

In India, dall’Himachal Pradesh al Karnataka, gruppi di donne collaborano per documentare la biodiversità locale e prendersi cura dei loro ecosistemi. E osservate come la condivisione stia unendo l’Asia-Pacifico. In Arabia Saudita, le comunità hanno censito oltre 196 prodotti tradizionali per l’Arca del Gusto in appena tre anni, salvaguardando così la propria cultura alimentare.

Il vuoto lasciato da Carlo Petrini

Questa è anche la prima edizione di Terra Madre senza il padre di tutto questo, Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e ideatore del Salone del Gusto che poi è diventato Terra Madre, una rete estesa all’intero globo. Mattarella ha espresso un pensiero di riconoscenza “molto grande da parte della Repubblica” per Petrini, sottolineando il senso culturale e politico della biodiversità e di tutto il lavoro del fondatore di Slow Food.

Il contributo di Petrini è stato originale e di grande spessore, legando la tutela della biodiversità genetica con il rispetto delle diverse culture delle popolazioni, cioè delle differenze, facendoci conoscere persone e realtà lontane. La biodiversità, ripeteva Petrini, è ricerca, è incontro; è cultura di solidarietà e di pace, come è stato poc’anzi ricordato.

Nel 2008 arrivai a Terra Madre come delegato dell’Uganda. Ero un giovane agricoltore, desideroso di imparare, curioso di conoscere il mondo e determinato a difendere la biodiversità nella mia comunità. Carlo aveva un dono raro: sapeva far sentire una persona proveniente da una piccola comunità rurale come se la sua voce fosse importante nel plasmare il futuro del mondo. Ascoltava prima di parlare. Faceva sentire le persone viste e riconosciute. E ci ha insegnato che ogni comunità, per quanto piccola o remota, custodisce conoscenze che il mondo non può permettersi di perdere. Come Carlo ci ricordava spesso: chi semina utopia raccoglie realtà.

Alberto Cirio, presidente della Regione Piemonte, ha sottolineato che gli ideali di Petrini sono ben vivi, immersi in ciascuno di noi e non ci fanno mai dimenticare la grandezza di quest’uomo. Oggi basta accendere qualsiasi canale televisivo, si parla di cibo, si parla di sostenibilità. Carlin ne parlava quarant’anni fa. I suoi messaggi erano talmente forti e potenti che senza i social, senza internet, viaggiavano da Bra, alla Nuova Zelanda, al Sudamerica.

Stefano Lo Russo, sindaco di Torino, ha ricordato due qualità che hanno segnato il percorso di Petrini e di Slow Food: la capacità di farsi capire, parlando con semplicità anche quando affrontava temi complessi, e la capacità di far incontrare persone lontane, di farle sentire parte di una stessa comunità. Carlin ci ha insegnato che un’idea può nascere in un luogo preciso, mettere radici e poi parlare al mondo. Terra Madre è la prova vivente di quella visione.

La notizia è di queste ore. Presente indicativo. Riferimenti temporali ammessi.

Spunto di cronaca: Dissapore

Newsletter

Il meglio di food, wine e travel ogni lunedì

Ricevi gli ultimi 10 articoli selezionati dalla redazione, una volta a settimana.

Leggi anche