Torta al cioccolato Di Pietro: la ricetta che consola

Loredana Ermini firma a Messina un dolce che sa di casa e non richiede sedute d'analisi.

di Elena Marchetti · 12 settembre 2026 · 5 min di lettura

Fetta di torta al cioccolato densa e umida su piatto vintage, con crosta screpolata e briciole

Entri in pasticceria alle undici di un martedì qualsiasi e l'aria è densa, satura di burro nocciola e cacao amaro. Non c'è bisogno di chiedere: il vassoio rettangolare dietro il vetro, alto quasi quattro centimetri, ti chiama per nome. La crosta è screpolata, lucida di un grasso nobile che non unge le dita. Una fetta tagliata al momento, 120 grammi netti sulla carta da forno, costa quattro euro e cinquanta. La porti via nel cartone bianco, il motore della macchina ronfa basso, il profumo riempie l'abitacolo prima ancora di arrivare a casa.

Il banco di via Garibaldi

La Pasticceria Di Pietro sta a Messina dal 1932, angolo via Garibaldi e via Cardines, due passi dal Duomo. Loredana Ermini ci è nata dentro, letteralmente: il nonno fondatore, il padre al banco, lei alle spalle della madre a impastare frolle prima di andare a scuola. Oggi la firma le ricette insieme al fratello Salvatore, ma le torte da credenza — quelle che non hanno creme chantilly né frutta fresca — sono territorio suo. Ne sforna una quarantina al giorno, il weekend sale a sessanta. La ricetta della torta al cioccolato non è scritta su nessun quaderno: sta nella testa, nel peso della mano che versa il cacao, nell'occhio che giudica il nastro delle uova montate.

La scheda tecnica, se la chiedi, te la sussurra a bassa voce: duecento grammi di burro centrifugato, duecento di zucchero semolato, duecento di uova intere, cento di farina debole 00, cento di cacao amaro al ventidue ventiquattro per cento di burro di cacao, un cucchiaino di lievito per dolci, un pizzico di sale. Niente latte, niente panna, niente glucosio. La lavorazione è tutta a freddo: burro e zucchero in planetaria finché non schiariscono, uova una alla volta, farina e cacao setacciati insieme all'ultimo giro, velocità minima. Quaranta minuti a centosessanta gradi in forno statico, stampo quadrato venti per venti, bordi alti. Si sforma tiepida, si raffredda su griglia.

La mano di Loredana

Il punto critico è la montata. Se le uova prendono troppa aria, la torta lievita a cupola e poi crolla al centro, restando cruda. Se monti poco, viene un mattone. Loredana ferma la planetaria quando il composto scrive, cioè lascia il segno sulla superficie per qualche secondo prima di riassorbirsi. Lo dice ridendo: "È il momento in cui chiami lo psicologo se sbagli". La battuta è diventata titolo sui social, ma la realtà è chimica pura: l'emulsione regge perché il burro è plastico, non fuso, e le uova sono a temperatura ambiente da almeno due ore. Il cacao, setacciato due volte, assorbe l'umidità senza formare grumi. Il risultato è una sezione compatta, umida, che non sbriciola al taglio ma cede sotto la forchetta con una resistenza vellutata.

La prima forchettata ti zittisce. La crosta ha il sapore concentrato del cioccolato fondente buono, quello che sa di tabacco e ciliegia sotto spirito. Sotto, la crumb è scura, fitta, lucida di grasso. Non è una mousse, non è un brownie americano: manca la crosticina croccante dello zucchero caramellato in superficie, manca la gommosità data dal cioccolato fuso in impasto. Qui il cioccolato non c'è, c'è solo cacao. La dolcezza è misurata, il sale alla fine della masticata allunga il gusto, pulisce la bocca. La mangi a temperatura ambiente, mai fredda di frigo: il burro deve cantare, non tacere.

Non è una mousse, non è un brownie

La struttura regge tre giorni sotto campana di vetro, quattro se la avvolgi in pellicola a contatto. Il quarto giorno i bordi si asciugano un poco, il centro resta umido. Non è un dolce da vetrina alta, non ha la shelf life dei prodotti industriali con sorbitolo e mono digliceridi. Qui la conservazione è data solo dallo zucchero e dal grasso saturo. Un dato: ogni fetta apporta circa quarantacinque grammi di lipidi, venti dei quali saturi. Non è roba da colazione quotidiana, a meno che tu non faccia il muratore o il maratoneta. È una fetta da merenda delle cinque, da fine cena con un goccio di Zibibbo passito o un caffè ristretto bollente.

La ricetta circola in rete da anni, copiata, ritoccata, venduta come "originale". Loredana alza le spalle: "Cambiano il cacao, usano burro da supermercato, montano le uova a neve ferma e poi si lamentano che viene asciutta". Il cacao è il costo nascosto: un chilo di Valrhona o Domori al ventidue per cento costa oltre trenta euro. Quello da discount ne costa sei. La differenza la senti al primo morso: astringenza zero, persistenza lunga, niente polvere in gola. Il burro centrifugato, poi, ha un punto di fusione più alto, regge la cottura senza separarsi. Sono dettagli da laboratorio, non da blog.

Il prezzo della consolazione

Quattro euro e cinquanta a fetta, trentacinque euro la torta intera da due chili e mezzo. La ordini con un giorno di anticipo, la ritiri nel cartone rigido con il logo oro a caldo. Spediscono in tutta Italia con corriere refrigerato: imballo in polistirolo, ghiaccio secco, costo aggiuntivo quindici euro. Arriva integra, profuma ancora di forno. L'abbiamo testata: partita lunedì mattina da Messina, consegnata mercoledì a Milano, tagliata giovedì sera. La crosta aveva perso un filo di lucentezza, l'interno era identico. Non è scontato per un prodotto senza conservanti.

C'è un difetto, se cerchi il pelo nell'uovo. La torta è monolitica: niente strati, niente farciture, niente contrasti croccanti. Se cerchi la sorpresa testurale — nocciole tostate, sale Maldon in scaglie, lamponi liofilizzati — qui non la trovi. È una scelta estetica, prima che economica. Loredana dice: "Quando hai un buon cacao e un buon burro, aggiungere altro è mancanza di fiducia". Ha senso, ma dopo la seconda fetta la bocca chiede una pausa acida, un tannino, qualcosa che rompa la dolcezza grassa. Un sorso di Passito di Pantelleria risolve, ma non tutti lo hanno in cantina.

Resta la domanda: perché questa torta, tra le cento che sforna Di Pietro, è quella che finisce sempre per prima? Forse perché non chiede scusa. Non è light, non è vegana, non è senza glutine, non è destrutturata. È burro, uova, farina, zucchero, cacao. Cose che tua nonna comprava alla bottega all'angolo. Loredana le dosa con la precisione di un orafo e la generosità di una zia che ti vuole bene. La prossima volta provo a chiederle se accetta di sostituire venti grammi di farina con altrettanta fecola. Dicono renda la crumb ancora più corta. Vediamo se mi caccia dalla cucina.

La prossima volta

Spunto di cronaca: Scatti di Gusto

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