Whisky scozzese in crisi: produzione bloccata e 156 distillerie

La domanda globale crolla, gli alambicchi si fermano e in Scozia decine di impianti cercano un compratore.

di Marco De Luca · 30 settembre 2026 · 3 min di lettura

Botti di rovere in una distilleria scozzese al crepuscolo, luce fredda dalle finestre

In Scozia ci sono 156 distillerie. Decine sono in vendita. Molte hanno spento gli alambicchi o li hanno rallentati, per non ritrovarsi con troppo whisky nelle botti. Fino a poco fa il settore sembrava inarrestabile.

Quindici anni di corsa, poi il crollo

Per quindici anni il whisky scozzese ha venduto molto, con un picco durante la pandemia. Ora la domanda è crollata in tutto il mondo. Da qui la scelta di bloccare la produzione: meglio fermarsi che accumulare liquido che nessuno compra.

La ricaduta sociale inizia a pesare. La GlenWyvis Distillery, di proprietà della comunità e nelle Highlands, ha annunciato che avrebbe nominato degli amministratori per le difficoltà finanziarie persistenti del mercato del whisky. I lavoratori di un'altra distilleria, la Cameronbridge, hanno iniziato uno sciopero contro i piani dell'azienda di tagliare centinaia di posti di lavoro nelle sue attività scozzesi. Cameronbridge è la più grande distilleria di Diageo, la multinazionale che in Scozia produce una bottiglia di Scotch whisky su tre e possiede marchi famosi come Johnnie Walker.

Tre anni minimo, quaranta per il lusso

Il modo in cui si produce il whisky rende complicata qualsiasi pianificazione commerciale. Un whisky deve riposare almeno tre anni in botti di rovere in Scozia per chiamarsi Scotch whisky. Nelle versioni di lusso il riposo in botte può arrivare a quaranta anni. Se la domanda è stabile, la produzione si adegua. Se non lo è, nessuno sa quanto whisky pregiato o basico assorbirà il mercato.

I veterani del settore, intervistati dal Guardian, dicono che durante la pandemia molti hanno comprato molto whisky scozzese e oggi hanno le cantine piene. Il paradosso: bloccando la produzione, se e quando il mercato riprenderà forse non ci sarà abbastanza whisky da vendere.

Rob Carpenter, cofondatore della Holyrood Distillery di Edimburgo, ha detto al Guardian che secondo le sue stime le distillerie producono un terzo del normale. «Nessuno ha una sfera di cristallo, quindi nessuno sa cosa succederà tra dieci anni. Si cerca di anticipare dove andranno le cose. In un certo senso è una maledizione del settore».

L'angel's share e i dazi

C'è poi l'angel's share, la parte di whisky che evapora dalle botti in maturazione. Secondo i dati della distilleria Glenlivet, la perdita può arrivare al 3,5-4% annuo all'inizio della maturazione, poi diminuisce con l'età. Una botte piccola può perdere proporzionalmente più liquido. Un whisky invecchiato 20 anni può perdere circa il 40% del suo volume. Anche il grado alcolico ne risente: il distillato entra in botte intorno al 63,5% vol. e perde in media circa 0,5 punti percentuali l'anno. Sotto il 40% non può più essere venduto legalmente come Scotch malt whisky.

Nell'ultimo periodo non hanno aiutato i dazi imposti dal presidente Trump in aprile 2025, durante il cosiddetto «Liberation Day». Secondo la Scotch Whisky Association hanno causato un calo del 15% delle esportazioni di Scotch whisky verso gli Stati Uniti, uno dei mercati più importanti. Dopo la visita di Re Carlo e della Regina alla Casa Bianca lo scorso gennaio, i dazi sono stati rimossi. Le vendite, però, non sono ripartite.

Francia rallenta, l'Asia non basta

Il mercato più importante per volumi è la Francia, che ha rallentato molto gli acquisti. La crisi, del resto, riguarda tutti i superalcolici. Secondo il Financial Times, cinque dei maggiori produttori di alcolici quotati in borsa hanno un livello record di 22 miliardi di dollari di distillati in fase di invecchiamento.

I mercati asiatici, di solito lo sfogo quando l'Occidente rallenta, non sono così floridi. Il mercato cinese non è mai partito davvero. Quello indiano, storico mercato del whisky scozzese, ha persino aumentato gli acquisti, ma da solo non basta a sanare la crisi del settore.

Spunto di cronaca: Dissapore

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